Pretese e perchè. Quando desiderare qualcosa diventa un diritto.

Pretendere= 1) tendere, volere per forza con ostinazione o anche autoritariamente, con arroganza 2) chiedere più del dovuto o del giusto; esigere una cosa che non spetta (Garzanti linguistica)
Si arriva a pretendere quando i limiti posti dall’educazione dei genitori sono risultati insufficienti, essi hanno esercitato scarso controllo e disciplina nell’educazione o eccessiva indulgenza.
Ma non è solo così. In alcuni casi l’eccessiva indulgenza è tale che i genitori occupandosi di tutto (scelte, acquisti, decisioni difficili..) al posto del figlio lo rendono dipendente ed è il figlio ad esigere una cura eccessiva da loro.
In molti casi invece pretendere è un modo per compensare “in eccesso” quei bisogni primari frustrati dalle cure parentali e collegati al senso d’inadeguatezza, alla scarsa affettività e al senso di esclusione che nel corso della vita, a partire dall’infanzia, hanno impedito la costruzione di una soddisfacente base affettiva, amabilità, sicurezza e protezione.
Perciò possiamo pretendere ciò che desideriamo senza alcun senso di colpa perchè ne sentiamo il diritto un pò come se dovessero essere gli altri a sopportare le conseguenze negative e passarla noi liscia o manipolare la situazione. Questa modalità è tipica della persona viziata (persona abituata da un’educazione troppo indulgente ad ottenere ciò che vuole, ibidem) cioè non ci si aspetta di dover sopportare le normali conseguenze delle proprie azioni perchè ci si considera speciale o al di sopra della legge e si vuole sempre comandare.
Un altro modo di pretendere è quello della persona dipendente che sente “il diritto” di dipendere perchè bisognosa, sprovveduta e debole, si aspetta che siano gli altri a prendersi cura di sè, che sia un suo diritto, che le persone glielo devono.
Se invece abbiamo avuto sempre delle difficoltà a controllare il nostro comportamento e i nostri sentimenti il problema è nel controllo degli impulsi cioè nell’agire sulla base dei desideri e delle emozioni trascurando le conseguenze, manifestandoci impazienti, furiosi e irritabili senza tenere conto dell’effetto che tutto ciò ha sugli altri.

Riferimenti bibliografici
Reinventa la tua vita, cap. 16. Young e Klosko, Cortina Ed.

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Dipendenza affettiva, ansia e agorafobia

21 luglio, 2015 ; Categoria: Agorafobia, Disturbi d'Ansia, Disturbi dell'Umore 

Attacchi di panico e agorafobia sono disturbi comuni nelle persone dipendenti. 
Per alcuni versi l’agorafobia è il disagio in risposta  alla dipendenza, proprio perché viene a mancare una normale espressione dell’autonomia, della capacità di scoprire il mondo ed essere indipendenti. Nella dipendenza infatti ci si può sentire come bambini, incapaci di sopravvivere da soli e con l’unica speranza di potersi aggrappare a qualcuno che si prenderà cura di noi. Le paure più comuni sono la morte, la follia, la povertà, la perdita della casa, cioè forme estreme di impotenza. Pur non avendo attacchi di panico l’esperienza della vulnerabilità, favorisce alti livelli d’ansia e forte senso di inadeguatezza circa ogni nuova responsabilità (es. un nuovo lavoro, laurea, matrimonio, maternità).
Le origini della dipendenza possono risalire dai comportamenti eccessivamente o scarsamente protettivi dei genitori.
Genitori iperprotettivi hanno un atteggiamento soffocante nei confronti del figlio, non concedendo libertà e sostegno necessari ad essere autosufficiente e scoraggiando comportamenti autonomi.
I genitori insufficientemente protettivi invece non si prendono cura adeguatamente dei figlio, che appare autonomo ma di fatto ha un forte bisogno di dipendenza, essendosi trovato ad affrontare il mondo e a fare cose che normalmente vengono apprese ad un’età successiva.
I normali passi verso l’autonomia che possono venire a mancare nelle persone dipendenti sono:
la creazione di una base sicura di accudimento e protezione (dei genitori),
l’allontanamento da questa base per creare l’autonomia.

Fonte bibliografica:
“Reinventa la tua vita”, Young & Klosko; pag. 200. Cortina Editore.

 

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“Sento di non far parte del gruppo”, quando l’ansia sociale fa male

10 febbraio, 2015 ; Categoria: Disturbi d'Ansia 

La percezione sociale di fare parte di un gruppo aiuta la realizzazione del benessere psicologico e del benessere fisico; tali condizioni si compromettono in presenza di situazioni di rifiuto e di esclusione dal gruppo di appartenenza (Schachter, 1959).

Il dolore di sentirsi esclusi da un gruppo è paragonabile in intensità al dolore di natura fisica, tale da essere correlabile alle stesse aree del cervello attive nello stress da dolore su base fisica. L’esclusione sociale è collegata ad ansia, manifestazione di affetti negativi e minore autostima. Quando l’esclusione sociale si protrae nel tempo ne scaturisce un profondo senso di solitudine e sintomatologia depressiva.

Hagerty, Lynch-Sauer, Patusky e collaboratori (1992) hanno sostenuto che il senso di appartenenza è un concetto vitale per la salute mentale ed è fortemente associato alla salute psicosociale. Esso funge da tampone o da cuscinetto protettivo e moderatore dello stress e riduce la vulnerabilità dell’individuo soggetto a disturbo psichico.

Nel caso dei disturbi d’ansia sociale molto spesso si ha a che fare con la percezione di non appartenenza, che può però contraddistinguere altri disturbi quali i disturbi di personalità.

L’individuo con fobia sociale, nello specifico, si rappresenta come socialmente inadeguato e teme la reazione di rifiuto da parte degli altri, costruendo rappresentazioni catastrofiche e rimuginando negativamente sulle conseguenze di alcune situazioni sociali. La presenza dell’ansia sociale peggiora le capacità dell’individuo di riprendere il controllo su di sé dopo l’esperienza percepita come rifiuto attivando rimuginazioni, comportamenti di sregolati e strategie di coping disfunzionali (es. abbuffarsi di dolci dopo una frustrazione legata al rifiuto sociale).

Gli individui con fobia sociale vivono la condizione di condivisione e di appartenenza come possibile rischio di difficoltà e sofferenza personale: non si sente estraneo alle relazioni e sente il bisogno di intimità a differenza dell’individuo con disturbo evitante di personalità, cioè la sua difficoltà è nelle emozioni di ansia e vergogna che il confronto con l’altro fa emergere. Il fobico sociale teme di essere escluso dal gruppo nel caso in cui le sue prestazioni sociali possano creargli discredito, determinando così un giudizio negativo da parte degli altri.

Riferimenti bibliografici

Procacci e coll. (a cura di), 2011. “Ansia e ritiro sociale”, Cortina Editore.

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LE CONSEGUENZE DEL PERFEZIONISMO

Il perfezionismo è un problema quando è collegato a insoddisfazione e all’impossibilità di avere una vita normale.
Per esempio avere degli standard di vita troppo elevati può influire su molti aspetti del vivere quotidiano, come salute, rapporti affettivi, interessi personali e comportamento alimentare.
Nel lavoro si può essere talmente presi dall’attività lavorativa da trascurare qualsiasi cosa, come evitare colleghi e pause (neppure per il pranzo), arrivare per primi e andarsene per ultimi con l’effetto di perdere la simpatia dei colleghi.
Nell’ambiente domestico si può essere ossessionato di avere una casa sempre in ordine trascurando il proprio impegno in altre aree di vita (es. studio/lavoro/relazioni ecc.).
Nelle relazioni si può non riuscire ad accettare il comportamento diverso dal proprio con la conseguenza di seri problemi di convivenza oppure che le persone attorno evitino di parlare di determinate cose facendo sì che manchi un sincero dialogo. Anche avere delle aspettative personali troppo elevate può portare a problemi relazionali, per cui avere uno standard troppo elevato per sè potrebbe significare svalutare l’onesta buona riuscita degli altri.
Nelle attività ricreative, il perfezionismo può impedirvi di divertirvi in quanto anche le attività di svago vengono prese così sul serio e con tanto impegno da diventare un lavoro e perciò perdere la caratteristica ricreativa.
Nell’aspetto fisico e nel comportamento alimentare significa avere convinzioni estremamente rigide riguardo a ciò che si può mangiare e ciò che è da evitare assolutamente e lo sviluppo di ossessioni per le parti del corpo ritenute imperfette (es. dismorfofobia).

Il perfezionismo è una componente importante in alcuni disturbi psicologici quali disturbo depressivo, disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico, fobia sociale, ansia da prestazione ecc.), collera, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi alimentari.

Riferimenti bibliografici
Antony, Swinson “Nessuno è perfetto” Eclipsi editore.

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