Attaccamento, funzione riflessiva e bullismo

La funzione riflessiva è quella capacità di riflettere sugli stati emotivi propri e altrui tale da prevenire il rischio dello sviluppo dell’aggressività, e che se deficitaria può spingere il bambino ad usare il proprio corpo invece che la mente (Fonagy, 1997). E’ importante perciò considerare la prospettiva storica attraverso la quale il maltrattamento del bambino diviene comportamento aggressivo nel bambino. I bambini maltrattati, infatti, ancora più di quelli insicuri, possono non riuscire a trovare il loro essere intenzionale nella mente del caregiver rischiando così uno scarso sviluppo del processo di mentalizzazione.
L’aggressività diretta al corpo può essere strettamente legata ai fallimenti della mentalizzazione, cioè alla mancata capacità di pensare gli stati mentali che costringe l’individuo a gestire sul piano fisico pensieri, sentimenti e desideri mediante processi e stati corporei. Negli individui con una storia di abuso spesso appare l’evoluzione di un percorso verso la violenza. Esistono dei casi in cui la violenza viene esercitata anche in assenza di provocazione e con un ambiente relativamente buono, e perciò Fonagy e Target (2001) suppongono che sia stata perpetrata una qualche forma di violenza verso il Sé psicologico del bambino; si tratta di una forma più sottile di violenza che si esprime soltanto nell’ambito di un intenso rapporto personale. Tale violenza può condurre, mediante la fragilità dei processi di mentalizzazione, all’aggressività nei confronti di qualsiasi cosa costituisca una minaccia per tale compromessa capacità.
I bambini disorganizzati, cioè con attaccamento di tipo D, utilizzano tutti gli indizi disponibili nell’ambiente per predire ‘ipervigilando’ sul comportamento del caregiver, colui che si prende cura di lui, e sui suoi stati intenzionali. In questo modo i bambini disorganizzati riescono ad essere più pronti nella costruzione di una spiegazione mentalizzata del comportamento del caregiver, la quale non entra nuclearmente nell’organizzazione del Sé come nei bambini sicuri, perché non viene integrata. Ciò può avvenire perché:
· il caregiver si sintonizza deficitariamente e poco spontaneamente con lo stato mentale del bambino riflettendo lo stesso stato sempre in modi diversi,
· il caregiver può suscitare col suo stato mentale o con il suo comportamento ostile, spaventante, o spaventato un’ansia intensa,
· il bambino, al fine di comprendere lo stato mentale scarsamente leggibile del caregiver deve spendere su di esso notevoli risorse a discapito di una riflessione sugli stati del Sé. La combinazione di questi effetti fanno sì che il bambino diventi talvolta un lettore acuto rispetto agli stati mentali del caregiver, ma meno bravo rispetto i propri. Questo significa che egli può acquisire una teoria della mente ma non riesce nella simulazione della mentalizzazione come un bambino organizzato anche insicuro.

Quando un trauma viene messo in atto da una figura di attaccamento esso sembra interferire perciò sullo sviluppo di un senso di Sè sano favorendo processi che negli abusi più gravi riflettono il:
· “persistere della modalità dell’equivalenza psichica durante la sperimentazione della realtà interna;
· la disponibilità a passare continuamente al modo del far finta, usando ad esempio la dissociazione;
· la capacità parziale di riflettere sui propri stati mentali e su quelli degli oggetti” (in Fonagy e Target, 2001, pp.198).
Tali modi di pensare secondo Fonagy e Target (2001) sembrano avere un ruolo importante nella determinazione di una personalità patologica come quella borderline e vengono mantenuti anche in età adulta. Dal suo canto, se considerato in un continuum, il bullismo può anche essere visto come un aspetto di un più generale comportamento antisociale che si caratterizza per la mancanza di rispetto delle regole, e ciò può mantenersi con una elevata probabilità in età adulta attraverso comportamenti antisociali e devianti.

Bibliografia:


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