Il comportamento alimentare si fa "disturbo"

I Disturbi Alimentari Psicogeni secondo la prospettiva cognitivista post-razionalista vengono valutati ricostruendo il problema a partire dal punto di vista del paziente, per eccellenza colui che dà un senso al disagio. L’inquadramento teorico terapeutico, utile ad inserire i sintomi in una visione più ampia, utilizza una logica ‘interna’ riconoscibile dal paziente. In tal modo il processo di valutazione del disturbo si allontana dalla ricerca dell’oggettività ortodossa, avvininandosi invece alla valutazione soggettiva. Ciò non vuol dire, però, che i dati non possano essere più confrontabili, o che non si possa più operare alcuna forma di classificazione, tutto ciò può essere fatto a patto di prendere in esame la valutazione soggettiva, il significato soggettivo della psicopatologia; le classificazioni possono essere effettuate sulla base delle modalità soggettive di attribuire significati o gestire l’esperienza. Il sintomo, che è la manifestazione soggettiva riportata del disturbo, diventa il punto di partenza essenziale per la ricostruzione del problema, non è un punto di arrivo per la formulazione di una diagnosi. Per il paziente il dare un senso al sintomo è già parte della terapia, non è semplicemente un presupposto alla terapia; ciò permette, infatti, di vivere il disturbo, non più come una malattia che dall’esterno aggredisce l’organismo, ma come un qualcosa che è parte di sé, un proprio modo di “funzionare” psicologicamente o di reagire in certe situazioni, che però, proprio perché parte di sé, può essere modificato. In un’ottica cognitivista post-razionalista (Guidano, 1989; 1992) tutti i pazienti che rientrano nell’ambito diagnostico dei disturbi alimentari psicogeni vengono inquadrati in un continuum poiché risultano condividere la stessa modalità unitaria di gestire l’esperienza e di attribuire significati.
Questi pazienti condividono degli specifici meccanismi psicologici, mentre quello che varia profondamente e che definisce la manifestazione sintomatologica è il livello di attività ed il cosiddetto “stile attributivo”. Nell’anoressia vi è una modalità particolarmente attiva di affrontare la vita associata ad un livello di motricità elevato; l’attribuzione causale di colpa è tipicamente esterna con atteggiamento di autosufficienza e di lotta ad oltranza contro un mondo disconfermante. All’opposto nell’obesità vi è una motricità rallentata con una modalità particolarmente passiva di affrontare la vita; l’attribuzione causale di colpa è interna con senso pervasivo di sconfitta, le delusioni e le disconferme vengono percepite come inevitabili e sempre imputabili a sé. La bulimia si trova in una posizione intermedia, con ampie oscillazioni che avvicinano il disturbo all’anoressia o all’obesità. Le pazienti con disturbi alimentari psicogeni si possono situare in un punto qualsiasi del continuum in relazione alla specifica manifestazione sintomatologica ed al livello di attività/passività o attribuzione interna/esterna; il tutto con ampie possibilità di variazione nel tempo che rendono conto delle modificazioni fenomenologiche a cui si può assistere seguendo pazienti che, ad esempio, esordiscono con un episodio anoressico e successivamente si avviano verso una obesità con frequenti abbuffate. Il senso del sintomo alimentare, assume un ruolo fondamentale e porta con sè la finalità di comportamenti quali il digiuno o le abbuffate, il vomito o l’iperattività fisica, il calcolo infinitesimali delle calorie o l’abuso di lassativi o diuretici. Tali sintomi, semplicisticamente, hanno il valore di una attività diversiva che permetta ai pazienti di mantenere una continuità del senso di sé. L’attività diversiva ha una doppia funzione cioè di gestire esperienze emotive discrepanti – il senso di vuoto e di incapacità –e di evitare l’emergere un’immagine di sé negativa nella coscienza.

Bibliografia
**Guidano V.F.: La complessità del Sé. Bollati Boringhieri, Torino 1989.
**Guidano V.F.: Il Sé nel suo divenire. Bollati Boringhieri, Torino 1992.

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