Impulsività e analisi funzionale del comportamento

12 marzo, 2009
Categoria: ADHD, Disturbi in età evolutiva, Impulsività 

Secondo il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4a edizione (DSM-IV) l’impulsività è definita come l’incapacità nel resistere ad un impulso, spinta o tentazione a compiere un atto dannoso per la persona o per altri. “… il soggetto avverte una sensazione crescente di tensione o di eccitazione prima di compiere l’azione, e in seguito prova piacere, gratificazione, o sollievo nel momento in cui commette l’azione stessa. Dopo l’azione possono esservi o meno rimorso, autoriprovazione, o senso di colpa” (DSM-IV).

In letteratura sono descritti due tipi d’impulsività: impulsività funzionale e disfunzionale (Dickman, 1990): l’impulsività funzionale è la tendenza ad agire senza premeditazione quando questa tendenza risulta ottimale o benefica. L’impulsività disfunzionale è la tendenza ad agire senza premeditazione quando questa tendenza potrebbe avere conseguenze negative. Questi due tipi di impulsività differiscono per la relazione che hanno con la personalità e i correlati cognitivi. Tale distinzione fa sorgere la possibilità di considerare l’impulsività funzionale come tratto di personalità maggiormente responsabile della relazione tra l’impulsività, o ad un livello più ampio tra estroversione, ed i vari meccanismi di elaborazione di informazione.

Una spiegazione presentata ultimamente in merito al comportamento impulsivo riguarda l’inadeguatezza della valutazione delle conseguenze di alcuni comportamenti immediati. Molte delle ricerche effettuate fino ad ora si sono avvalse di modelli animali, ma in esse non si considerano l’inverso dell’impulsività cioè il self-control. A tal proposito, Lowenstein (1996) scrive come spesso gli individui agiscono contro i loro interessi nonostante abbiano la piena conoscenza delle proprie azioni (ad es. come avviene nella dipendenza da sostanze). Dunque, il problema potrebbe essere quello di convertire le conoscenze in azione. Nel caso delle dipendenze l’impulsività dipenderebbe dalla scarsità delle risorse e dall’astinenza, ma generalizzando, si può considerare l’intervento di forti emozioni/motivazioni quali variabili che si interpongono tra la cognizione e l’azione generando comportamenti più o meno impulsivi o controllati.

Secondo Hinson (2003), una scarsa capacità di decision-making corrisponde all’incapacità di inibire comportamenti immediati (impulsività motoria) e all’incapacità di pianificare e valutare possibilità future (impulsività cognitiva). Considerando infine la relazione tra impulsività e tratti di personalità (Levinb and Hart, 2003)si è riscontrato che i bambini mostrano lo stesso pattern dei genitori nei processi di decision making legati alla considerazione del rischio e la personalità ne risulta un buon predittore.

La teoria del gradiente del delay-of-reinforcement, spiega appunto come un rinforzo sia molto più potente quando l’intervallo che intercorre tra RISPOSTE-RINFORZO è più breve.
L’effetto del rinforzo è funzionale al tempo ed esiste una differenza significativa tra bambini sani e con ADHD. L’impulsività è spesso esemplificata come la scelta di un più piccolo o meno attrattivo guadagno immediatamente disponibile, invece di uno più copioso ma ritardato nel tempo. Non solo singole risposte ma anche più riposte relazionate tra loro possono essere condizionate e mantenute da un rinforzo (Catania, 1971, Sagvolden, 1998). Nel caso dell’ Attention Deficit and Hyperactivity Disorder (ADHD) i bambini sono eccezionalmente sensibili ai cambiamenti temporali dei compiti ed ai rispettivi rinforzi. Analizzando sperimentalmente le varie componenti comportamentali dell’ADHD si evidenzia un problema nei processi di rinforzo che sembrano alterati. Essi preferiscono una ricompensa immediata e non riescono ad aspettare un ritardo del rinforzo. Questi problemi si manifestano principalmente nelle situazioni con bassa intensità di stimoli e di rinforzi. Il gradiente di risposta nell’ADHD è minore probabilmente perché geneticamente il sistema dopaminergico risulta ipoattivo. Un rinforzo prossimo ad una risposta ha maggiore effetto nei bambini con ADHD rispetto ai normali. Più in generale questo genera iperattività e atti di rinforzo più frequenti ed anche sempre più complessi in una particolare situazione. Questa progressione spiega anche perché nelle situazioni nuove ciò non avviene in quanto i rinforzi non hanno ancora avuto modo di concatenarsi e di esprimersi come disturbo.

Bibliografia
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