Ottimismo, uno stile esplicativo

22 marzo, 2009
Categoria: Disturbi dell'Umore, Tecniche di autosservazione 

Citando Seligman (1990), “ciò che vogliamo non è un ottimismo privo di senso ma un ottimismo flessibile, un ottimismo con gli occhi aperti. Quando occorre, dobbiamo essere in grado di usare un forte senso della realtà, senza per questo rimanervi ancorati. Ritengo che i benefici di questo tipo di ottimisti siano infiniti”.

Alcuni studi sostengono l’ipotesi che l’ ottimismo sia legato a strategie cognitive che si attivano per far fronte a determinati eventi, il coping, le quali varino per modalità. L’ottimismo infatti è legato a un coping centrato sul problema e a una maggiore accettazione della realtà.
In uno studio Scheier, Weintraub e Carver (1986) hanno hanno chiesto a un gruppo di studenti di ricordare un evento stressante. Nei soggetti che percepivano l’evento stressante come controllabile, l’ ottimismo, valutato attraverso il Life Orientation Test (LOT; Scheier e Carver, 1985) risultava correlato positivamente con un utilizzo di strategie centrate sul problema. Nei soggetti che percepivano l’ evento stressante come incontrollabile, l’ottimismo era correlato, positivamente, con l’ uso della reinterpretazione positiva e con il tentativo di accettare la realtà della situazione e, negativamente, con quello della negazione e con il tentativo di distaccarsi dal problema.
Una ricerca di Pozo e al. (1990) ha preso in esame un gruppo di donne che dovevano essere operate di cancro al seno. Prima dell’intervento chirurgico, ai soggetti fu presentata una lista di tecniche di coping comportamentali e cognitivi con le quali potevano fronteggiare lo stress che scaturiva dal loro stato di salute e dall’ idea dell’ imminente operazione. Fu chiesto ai soggetti di indicare il grado d’impegno in ciascuna delle strategie che erano state presentate loro. Nel momento precedente all’operazione l’impegno e la pianificazione risultavano correlati con l’ ottimismo. Sia prima che dopo l’ operazione, l’ ottimismo risultava associato all’ accettazione della realtà, a una sua interpretazione positiva e a un utilizzo dell’umorismo al fine di sdrammatizzare la situazione. In ogni caso, la correlazione fra questi fattori, 12 mesi dopo l’ intervento, non era più significativa. Anche da questo studio è emerso che l’ ottimismo è correlato negativamente con la negazione e con un disimpegno comportamentale.
Aspinwall e Taylor (1990; citato in Scheier e Carver, 1992) hanno effettuato uno studio su studenti. Gli autori trovarono che gli studenti esaminati utilizzavano 4 strategie di coping: ricerca di supporto, ricerca di un senso, coping attivo e coping di evitamento. Gli ottimisti erano quelli che, avevano un coping attivo e, con probabilità minori, facevano uso di un coping di evitamento. Inoltre, dallo studio emerse che i due tipi di coping erano associati a un diverso adattamento: positivo nel corso del coping attivo e negativo nel corso del coping di evitamento. Ciò andrebbe ad avvallare l ’ipotesi che vuole il coping attivo come responsabile degli effetti positivi dell’ ottimismo. Uno studio di Scheier e al. (1989; citato in Scheier e Carver, 1992) effettuato su pazienti operati all’ arteria coronaria ha evidenziato che gli ottimisti, prima dell’ intervento, con maggiori probabilità, facevano progetti per il loro futuro, e, con minori probabilità, ruminavano sugli aspetti negativi della loro situazione e riferivano, dopo l’operazione, di cercare di reprimere i pensieri relativi ai loro sintomi fisici. Le differenze negli stili di coping, infine, sembravano in grado di spiegare l’ impatto dell’ ottimismo sulla qualità della vita 6 mesi dopo l’ intervento.
Con il termine autostima ci si riferisce al valore che si attribuisce a se stessi. Una stretta relazione tra quest’ ultima e l’ottimismo, oltre a essere suggerita dai dati presenti in letteratura, sembra essere abbastanza intuitiva. Come osserva Seligman (1984), è difficile incontrare qualcuno che sia ottimista riguardo al futuro e, al tempo stesso, non abbia una grande opinione di se e della propria capacità di controllare gli eventi. Ottimismo e autostima, dunque, sono due costrutti che sembrano essere strettamente legati tra loro e, in qualche modo, interdipendenti. Secondo l’ autore (1990), la personalizzazione è la dimensione dello stile esplicativo che determina se si ha un’ autostima bassa o alta: una bassa autostima sarebbe legata a uno stile di personalizzazione interna per gli eventi negativi ed esterno per gli eventi positivi. Attribuire le cause degli eventi negativi a se stessi e quelle degli eventi positivi a fattori esterni ( ad es. la fortuna) produrrebbe una bassa autostima. Viceversa, un’ alta autostima si potrebbe avere come risulto di uno stile esplicativo interno per gli eventi positivi ed esterno per quelli negativi. Prendersi i meriti di ciò che accade di buono e indicare fattori esterni come responsabili degli avvenimenti negativi sono attribuzioni causali legate ad un’ alta autostima. Seligman (ibidem) ritiene che le persone che si credono responsabili degli eventi positivi e attribuiscono eventi negative a cause esterne, tendono ad amare se stessi più di chi si autoaccusa per ciò che di brutto gli accade e crede che gli avvenimenti positivi siano dovuti ad ambienti esterni. Inoltre, egli afferma che le persone che si autoaccusano hanno, come conseguenza bassa autostima. Un’ affermazione di questo tipo starebbe a indicare che, per l’ autore, l’ ottimismo, inteso come stile esplicativo, avrebbe una posizione di primato sull’ autostima, nel senso che quest’ ultima dipenderre da esso.
Hoorenz (1992) ha raccolto dei dati che, rispetto a quelli di Seligman, indicano che l’ ottimismo per gli eventi negativi è meno correlato all’autostima di quello per gli eventi positivi. Anche Scheier, Carver e Bridges (1994) sono d’accordo con Seligman nel ritenere che una visione ottimistica del futuro implichi un’ alta stima di se. D’ altra parte, come trovato da McFarlin e Blascovich (1981; citato in Taylor, 1989), un’alta autostima si riflette in alte aspettative: gli individui che hanno un’ alta autostima hanno maggiori probabilità di avere aspettative di successo nelle prove che li attendono e di ritenere alta la loro capacità di superarle, anche qualora, le loro esperienze precedenti porterebbero a ritenere questo ottimismo infondato. Taylor (1989) ha osservato che quanto più una situazione chiama in causa l’ autostima, tanto più evoca interpretazioni ottimistiche, al servizio di una buona immagine di se. L’ autrice (ibidem) ha inoltre fatto notare come l’ ipotesi che aspettative troppo ottimistiche comportino un numero maggiore di insuccessi e delusioni sia infondata, in quanto l’ ottimismo agisce entro una fascia ristretta di variazione, promuovendo imprese che sono solo di poco più ambiziose di quelle che altrimenti si tenterebbero. In tal modo, l’ottimismo non sarebbe un fattore in grado di mettere a repentaglio l autostima. Al contrario, come alcuni autori (Norem e Cantor, 1986; citato in Gennaro e Testi, 2004) suggeriscono, esso può essere inteso come una strategia cognitiva ottimistica che svolge una funzione di protezione dell’ autostima dalla delusione dovuta a un fallimento. Gli ottimisti e i pessimisti, userebbero, secondo gli autori, differenti strategie di difesa dall’ insuccesso: mentre i primi si proteggono da un insuccesso solo dopo che questo è avvenuto, attribuendone la colpa a cause esterne, i pessimisti si difendono da un fallimento, anticipandolo prima che esso accada, avendo questi basse aspettative e esperendo una mancanza di controllo sugli eventi. L’ ottimismo può essere messo in relazione al controllo percepito, in quanto risulta strettamente legato alla capacità affettiva o percepita di controllare gli eventi della propria vita. Darwill e Johnson (1991) hanno trovato che gli individui ottimisti sono anche quelli che affermano di poter controllare gli eventi futuri più di quanto possano fare in realtà.
Il controllo percepito, secondo gli autori, incorporerebbe un forte senso di aspettativa positiva verso il futuro. Esso sarebbe responsabile della persistenza con la quale le persone si adoperano per il raggiungimento dei loro obiettivi. Il senso di controllo sarebbe caratterizzato da una sensazione di responsabilità personale nei confronti dell’ aspettative future.
Weinstein (1982) ha introdotto il concetto di Bias ottimistico, con il quale si riferisce alla tendenza a credere di fare, rispetto agli altri, più esperienze positive e meno negative. Tale tendenza si spiegherebbe, secondo l’ autore, proprio in base al controllo percepito: credere di controllare gli eventi sposterebbe l’ attenzione verso le strategie e i comportamenti atti al raggiungimento degli obiettivi, portando così gli individui a non tener conto delle risorse di cui gli altri dispongono per controllare gli eventi. Se da un lato, alcuni studi indicano l’ esistenza di una corrispondenza tra: ottimismo e un elevato controllo percepito, mettendo in risalto il fatto che entrambi stanno alla base dell’ impegno che si profonde nel raggiungimento dei propri scopi, dall’ altra, esistono alcune ricerche delle quali emerge che ottimismo e controllo percepito siano solo in parte sovrapponibili. Tanto uno studio di Taylor (1989) che uno di Janoff-Bulman e Marshall (1982; citato in Tennen e Affleck, 1987) indicano che, se è vero che sia gli ottimisti che coloro i quali credono di avere un forte controllo si adoperano con impegno per fare fronte alle difficoltà, e vero anche che questi ultimi si adattano con più difficoltà a situazioni di cambiamento come, ad esempio, l’ ospedalizzazione.

Un altro legame che è stato in parte approfondito è quello tra ottimismo e auto-efficacia. A sviluppare il concettosi auto-efficacia è stato Bandura (1997). Con esso ci si riferisce alla fiducia e, quindi, alle aspettative che una persona ha di padroneggiare con successo determinate situazioni, mettendo in atto comportamenti desiderati. Il concetto di auto-efficacia, così formulato, appare molto vicino a quello di ottimismo. Tuttavia, in letteratura, le considerazioni a riguardo sono solo di carattere teorico, mancando dati empirici sull’ argomento. Scheier e Carver (1992) ammettono l’ esisenza di chiare somiglianze tra i due costrutti, in particolare, sottolineano che tanto gli ottimisti, quanto gli individui con alta auto-efficacia, si distinguono per la persistenza e la tenacia con le quali si sforzano nel conseguimento dei propri affetti. Sia l’ ottimismo che l’ auto-efficacia sembrano svilupparsi sulla base di una storia personale ricca di eventi positivi. Una somiglianza di questo tipo potrebbe stare a indicare che ottimismo e auto-efficacia si sviluppano insieme rafforzandosi e viceversa.


La terapia cognitivo-comportamentale

Seligman (1990) sottolinea la possibilità di apprendere l’ottimismo tanto nell’infanzia quanto nell’ età adulta. In particolare, egli evidenzia come attraverso la terapia cognitiva sia possibile cambiare lo stile esplicativo delle persone, al fine di ottenere quello che chiama un “ottimismo flessibile”. Inoltre l’autore ritiene possibile, tramite una tecnica di questo tipo, “indirizzare” le persone verso l’ ottimismo fin dall’ infanzia. Apprendere l’ ottimismo significherebbe per Seligman “apprendere una serie di abilità che consentono di dialogare adeguatamente con se stessi quando si deve affrontare una sconfitta personale” (ibidem). Tuttavia, egli asserisce che la tecnica in grado di promuovere l’ottimismo non dovrebbe essere usata indiscriminatamente: nel caso di situazioni nelle quali ci si trova a dover fare un progetto che si colloca in un futuro incerto e rischioso, sarebbe consigliabile “fare uso di un pessimismo moderato”. Al contrario, tra tutte le situazioni nelle quali è bene essere dotati di uno stile esplicativo ottimista, quella sulla quale Seligman si sofferma maggiormente è la depressione. L’ autore, sposando l’ approccio cognitivo nei confronti di questo disturbo, è d’accordo con Beck (1976) nel ritenere la depressione come il frutto di una distorsione del pensiero conscio, e non come il ritorno di conflitti infantili irrisolti. La terapia cognitiva nasce da queste premesse e ha l’ obiettivo di cambiare il modo in cui il depresso pensa alla sconfitta, al fallimento, alla perdita e all’ impotenza.
La terapia cognitiva che Seligman propone mira a sconfiggere la depressione con l’ apprendimento, da parte del soggetto, di uno stile esplicativo ottimista. Tale apprendimento avverrebbe grazie all’ utilizzo di 5 procedure mutuate da vari autori (Beck, Rush, Shaw, Emery, 1979; Ellis, 1979).

  1. Il primo passo è quello di apprendere il riconoscimento dei pensieri automatici consci che si manifestano nei momenti di sofferenza, quelli che Ellis ha individuato come ABC (Adversity, Belief, Consequences). In uno dei prossimi post vi spiegherò come potrete fare questo esercizio in qualsiasi momento della giornata. Più specificatamente con il termine ABC si fa riferimento al legame causale fra un fatto, una credenza e una conseguenza: nelle situazioni avverse si sviluppano delle credenze che divengono abituali e automatiche. Le credenze possono avere forti ripercussioni negative, avendo come conseguenza atteggiamenti di resa e abbattimento. Al fine di modificare le credenze negative, è innanzitutto necessario imparare a riconoscere gli ABC, ovvero la connessione tra avversità, credenza e conseguenza, connessione che può essere vista alla stregua di un circolo vizioso. La tecnica di identificazione degli ABC è stata messa a punto da Seligman, Hollon e Freeman (1987; citato in Seligman, 1990). Prevede che il soggetto usi, per un paio di giorni, un diario nel quale annotare gli episodi negativi, le credenze con il quale li spiega e le conseguenze, intese come sentimenti o azioni, generate dalle credenze. Ciò che è importante, affinché gli ABC vengano identificati, è focalizzare l’ attenzione sul dialogo interiore, di cui si è generalmente inconsapevoli, e individuare le connessioni tra le avversità e i sentimenti che ne conseguono (Seligman, 1990).
  2. Il secondo passo è quello di acquisire la capacita di opporsi a tali pensieri automatici sulla base di prove contrarie. Combattere le credenze negative significa comprendere che esse non sono altro che credenze e, come tali, non sono necessariamente vere. E’ possibile apprendere a rimpiazzare tali credenze con spiegazioni casuali alternative delle avversità, ed è questo il terzo traguardo della psicoterapia cognitiva. Si parla in questo caso di riattribuzioni da utilizzare per mettere in discussione i pensieri automatici negativi. La fase nella quale vengono combattute le credenze negative con prove contrarie e nella quale viene appresa l’abilità di trovare spiegazioni alternative viene detta discussione. L’obiettivo della discussione è quello di “rispondere” alle credenze negative con prove contrarie, di individuare spiegazioni alternative delle avversità e, nell’ eventualità che una credenza negativa si dimostri obbiettivamente corretta, di assicurarsi che essa abbia davvero delle implicazioni negative. La tecnica della discussione risulta efficace nel lungo periodo. Al contrario, quella della distrazione dà risultati immediati. In quarto luogo, infatti, la terapia prevede l’ assimilazione della capacità di distrarsi dai pensieri che rendono depressi. Questa tecnica si rende necessaria qualora le conseguenze di una credenza sono più importanti della credenza stessa. “A volte è molto più utile vivere il proprio tempo senza porsi il problema di esaminare la correttezza delle credenze e discuterle” (Seligman, 1990). Le tecniche di distrazione sono tecniche pratiche che possono consistere, ad esempio, nel battere il palmo della mano contro il muro e, contemporaneamente, gridare la parola stop ogni volta che è in atto una ruminazione. Questo è un esempio di tecnica di blocco del pensiero. È possibile anche utilizzare un metodo chiamato “spostamento dell’attenzione”, che consiste, per l’ appunto, nello spostare l’ attenzione concentrandosi su un oggetto.
  3. Infine, la psicoterapia cognitiva, almeno in alcune sue varianti, prevede l’ apprendimento della capacità di riconoscere e mettere in discussione le credenze che portano alla depressione e che guidano il comportamento. Si tratta in questo caso di credenze generali che costituiscono le premesse per vivere. Piuttosto che pensare “se non piaccio a tutti sono un fallito”, premessa che predisporrebbe alla depressione, bisognerebbe pensare “per ogni persona a cui si piace ce n’ è una a cui non si piace”.

In conclusione, la psicoterapia cognitiva mira a cambiare lo stile esplicativo delle persone da pessimista a ottimista, per un ottimismo flessibile.

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