La cognizione sociale implicita…automatismi di tutti i giorni!

11 maggio, 2009
Categoria: Coscienza 
Secondo Bargh [1997] lo scopo della cognizione sociale è quello di focalizzarsi sulle determinanti ambientali del pensiero, delle emozioni e delle azioni nella loro inevitabile e naturale automaticità. Attualmente egli sostiene che la maggior parte della vita di ogni giorno, e quindi pensieri, emozioni, azioni, sia automatica nella misura in cui sia guidata da caratteristiche presenti nell’ambiente (es. persone, oggetti, comportamenti, ambienti, ruoli, norme, ecc.) e da processi automatici coscienti non mediati da scelte consapevoli o riflessioni. Da qui l’interesse verso i ‘processi cognitivi automatici’: un fenomeno mentale automatico si presenta di riflesso ogni volta che determinate condizioni scatenanti hanno luogo indipendentemente da un controllo cosciente. Emerge che teoria e ricerca, sia in psicologia sociale che nello studio dell’automaticità, pongono al centro del loro interesse l’individuazione e la spiegazione delle relazioni se-allora tra eventi ambientali e circostanze da un lato, ed effetti cognitivi, emotivi e comportamentali dall’altro. La natura essenziale delle precondizioni (i se) può variare in modo tale che alcune richiedano unicamente un evento scatenante, allontanandosi da ogni tipo di predisposizione attentiva, motivazionale e/o scopo. Questi sono quelli che Bargh chiama processi automatici precoscienti, o pre-attentivi, distinti dalle forme di automaticità post-cosciente (effetti di priming) e scopo-dipendente (processi automatici ed autonomamente avviati da un’intenzione prestabilita). La tipicità delle precondizioni, incluse le cognizioni interne, stabilirà conseguentemente il relativo tipo di automaticità del fenomeno. Per quanto riguarda i processi sociali quindi, Bargh [ibidem] assegna un ruolo determinante ai processi automatici, piuttosto che coscienti o controllati, aprendo la strada allo studio di processi impliciti di tipo “percettivo, valutativo e motivazionale”. Gli effetti pre-attentivi (o automatici precoscienti) della percezione sociale sono messi in atto nel formarsi di impressioni e negli stereotipi, nel primo caso influendo sulla categorizzazione e sulla spiegazione del comportamento degli individui, nel secondo in base a quanto è frequentemente e consistentemente attivato lo stereotipo. Come gli stereotipi, il concetto di Sé riguarda l’attivazione automatica di tratti, però inclusi in una collezione di concetti intercorrelati di stimoli sé-rilevanti, che intervengono influendo sulle emozioni e sulla percezione del sé. Per quanto riguarda la valutazione pre-attentiva esistono invece due preponderanti linee-guida: la prima che considera i contenuti emozionali delle espressioni facciali influenti sulla percezione dell’individuo-target [Murphy & Zajonc 1993], mentre la seconda la messa in atto di atteggiamenti fuori da riflessioni o scopi verso oggetti sociali e dalla presentazione dell’oggetto dell’atteggiamento [Bargh, Chaiken, et al. 1992]. Attraverso ricerche attinenti, inoltre, è stata scoperta un’importante dissociazione tra l’elaborazione pre-attentiva e quella cosciente, per cui i processi emozionali risultano essere elaborati in modo immediato e non consapevole da un circuito separato [Murphy & Zajonc 1993]. Gli scopi e le motivazioni , come compiti frequentemente e consistentemente perseguiti in una data situazione, vengono chiaramente trattati nella letteratura dell’apprendimento come capaci di operare autonomamente e senza l’aiuto della guida cosciente. L’attivazione dello scopo, o goal, che muove all’azione, risiede nel nodo più alto del sistema diretto allo scopo, al di sotto del quale sono comprese strategie e processi diversi. Il modello ”automotivazionale” dell’azione orientata allo scopo [Bargh 1990] spiega che l’input che trasforma lo scopo in azione può soggiacere ed essere rimosso dalla scelta cosciente, se ripetutamente associato con una serie specifica di caratteristiche ambientali. Il punto d’inizio e la rappresentazione dell’ambiente possono essere elaborati insieme se la rappresentazione della situazione e lo scopo in questione sono attivati per più volte insieme [Hayes-Roth 1977; Hebb 1948]. Diversi studi sostengono l’ipotesi che l’attivazione di uno scopo possa operare al di fuori della consapevolezza e perciò influenzare inconsciamente l’elaborazione. Lo stesso Jung [1927] sosteneva che gli individui utilizzano spesso routine e pattern di comportamento, la cui attivazione non è accessibile alla coscienza, esperendo quel comportamento come una scelta consapevole mediante la “razionalizzazione”, fenomeno presente in modo simile anche nei pazienti commissurotomizzati o con sindrome di Korsakoff [Gazzaniga 1985]. D’altro canto McLelland et al. [1989] attraverso l’applicazione di misure esplicite ed implicite (mediante tecniche prioiettive come il TAT) hanno messo in evidenza che esistono due livelli motivazionali. Il primo è implicito e legato a meccanismi di innesco e regolazione innati ed inoltre, dipende da incentivi legati all’attività che si svolge in sé e per sé. Viceversa il secondo ha la funzione di specificare in obiettivi concreti le motivazioni generali implicite precedentemente citate; in questo senso il livello motivazionale esplicito è legato ad incentivi sociali determinati da situazioni culturalmente strutturate.
Come mostra l’esperimento di Lewicki e Hill [1987], per apprendere non consapevolmente l’associazione tra una caratteristica fisica come la forma di un viso e l’attributo sociale potrebbe bastare una singola esposizione, e giungere alla generalizzazione ad altri visi similmente strutturati rivelando una scorretta spiegazione delle cause di giudizio. Attraverso il modello MODE (Motivation and Opportunity as DEterminants of the attitude-to-behavior process) di Fazio [1990; Fazio et al. 1999] si è cercato di spiegare in un ‘doppio processo’ il modo in cui gli atteggiamenti influiscono su giudizi e comportamenti. Il modello considera processi ‘spontanei’ che agiscono riattivando atteggiamenti passati congruenti alla situazione attuale, e processi ‘intenzionali’ di analisi costi-benefici dell’utilità del comportamento; è possibile anche un processo ‘misto’ includente entrambe le componenti, che considera insieme la motivazione allo sforzo cognitivo e la possibilità di compierlo. Alcune credenze o atteggiamenti, attribuiti ad una singola classe di persone manifestanti apertamente pregiudizi e stereotipi, in realtà vivono nei comportamenti, nelle credenze, nelle preferenze di tutti noi. Mediante lo studio di stereotipi e pregiudizi si può osservare come l’automaticità della percezione sociale abbia conseguenze in un dominio che coinvolge relazioni interpersonali e relazioni tra gruppi.


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