Ho immagini intrusive e rituali, sono ossessivo?

Secondo gli approcci cognitivisti il Disturbo Ossessivo Compulsivo può essere spiegato come tendenza ad ipercategorizzare l’esperienza (underinclusion) in base a deficit alla memoria visuospaziale e delle funzioni esecutive, anche se recentemente Van de Hout e Kindt (2002) hanno messo in evidenza aspetti come la scarsa sfiducia verso la propria memoria, che peggiora drasticamente attraverso i controlli e la conseguente diminuzione della salienza del ricordo. Un altro approccio è invece quello che si basa sulle ‘spiegazioni personali’ (Dennet, 2001), ovvero sulle intenzioni del paziente e sulle rappresentazioni di sé stesso e della realtà che regolano in senso finalistico l’attività ossessiva. In tal senso è possibile distinguere cinque parti del profilo interno dell’attività ossessiva:
La prima parte riguarda l’evento critico che innesca l’attività ossessiva, ed esso può coincidere con un fatto concreto, un pensiero, un’immagine oppure un’emozione.
Nella seconda parte si avvia la valutazione dell’evento considerato dal paziente minaccioso, grave, inaccettabile ma fronteggiabile. In questa prima valutazione la minaccia è tipicamente riferibile al timore di colpa per irresponsabilità o di contaminazione da sostanze disgustose.
Seguono dunque i tentativi di soluzione avviati intenzionalmente o automaticamente per far fronte o prevenire il problema attivato dall’evento secondo l’interpretazione del paziente. Tra le modalità più usate in modo intenzionale ricorrono i controlli, gli esitamenti, le neutralizzazioni, le rassicurazioni e le ruminazioni sulla veridicità della minaccia.
Nella quarta parte il paziente avvia una seconda valutazione che è esageratamente critica e riguarda la sua preoccupazione, la sua attività e le conseguenze che essa comporterebbe danneggiando se stesso e gli altri. Nell’ultima parte egli cercherà di contenere tale preoccupazione e la conseguente attività ossessiva attraverso i tentativi di soluzione di secondo ordine. In tal senso possono attivare tentativi funzionali o disfunzionali per contenere il disturbo come sopprimere i pensieri ossessivi e bloccare le compulsioni oppure attivare ‘un’ossessione per l’ossessione’ amplificandola.
Un esempio che riproduce tale schema è il seguente:
Evento: iniziare a leggere un articolo
Valutazione I: “devo ricordare tutto quello che è scritto in questa pagina dell’articolo, se non capisco tutto non sarò competente”
Tentativi di soluzione I: leggere e rileggere per ore la stessa pagina
Valutazione II: “ho perso un mucchio di tempo e non mi ricordo niente, più leggo e più non ci capisco niente”
Tentativi di soluzione II: “mi distraggo così reinizio a mente libera e ricorderò tutto quello che è scritto!”

E’ interessante spiegare a tal proposito il ruolo del timore di colpa nella genesi e nel mantenimento del disturbo ossessivo.
Già da molti anni il ruolo esagerato del senso morale viene considerato come centrale al Disturbo Ossessivo Compulsivo. L’ottica cognitivista sostiene che il rigore morale e il senso di responsabilità particolarmente spiccato abbiano un ruolo cruciale nella genesi e nel mantenimento del DOC (Guidano e Liotti, 1983; Lorenzini e Sassaroli, 1995).
Gli studi sul timore di colpa e l’elevato senso di responsabilità hanno dimostrato che sia nei soggetti normali che clinici tali fattori predicono lo sviluppo di ossessioni e compulsioni, con una tendenza maggiore per i pazienti con disturbi dell’umore e d’ansia. Un criterio discriminante tra soggetti normali o con disturbi d’ansia e quelli clinici è risultato il sentirsi massivamente responsabili di ciò che potrebbe accadere. Alcuni esperimenti hanno manipolato il livello di responsabilità nei pazienti con DOC dimostrando che per livelli minori di responsabilità corrispondeva una minore preoccupazione e minore quantitativo di rituali, mentre per livelli maggiori di responsabilità si intensificavano i rituali di neutralizzazione, l’ansia, il disagio e la probabilità attribuita al danno. Tali reazioni hanno avuto conferma anche nei soggetti normali in cui tale manipolazione aumentava comportamenti ossessivi come esitazioni, controlli ripetuti, dubbiosità e ansia.
L’induzione di un forte senso di responsabilità e un forte timore di colpa per irresponsabilità modifica la percezione del pericolo e le aspettative del danno nei soggetti clinici e non, aumentando la probabilità di accadimento e l’attribuzione di gravità di un esito negativo. I pazienti ossessivi infatti tendono a sovrastimare la minaccia immaginando possibilità improbabili e catastrofi anziché difficoltà normali.
Un altro processo attivo nei soggetti DOC è il controllo delle ipotesi definito prudenziale, in cui la persona si focalizza sull’ ipotesi peggiore ricercandone gli esempi e sottostimando le ipotesi favorevoli considerate perciò insufficienti e disconfermate; ciò stimola ricorsivamente il processo di controllo mantenendo l’ossessione.
Un importante ruolo sullo sviluppo e mantenimento del DOC è inoltre quello attribuito all’emotional reasoning in cui lo stato emozionale soggettivo (es. senso di colpa) viene utilizzato per validare erroneamente i pensieri circa la presenza di pericoli, amplificando in tal modo l’emozione di partenza. Infine alcuni autori sostengono che il timore di colpa possa influenzare direttamente la valutazione delle capacità mnestiche personali sia nei soggetti normali che nei soggetti DOC. L’aumento del senso di responsabilità e del conseguente timore fa infatti diminuire la fiducia nella proprie capacità mnestiche. Ciò può avvenire a causa dell’attivazione ansiosa dell’emozione negativa di colpa che interferisce sulla memorizzazione (Rachman, 2002), oppure dell’attenzione selettiva verso la minaccia e la propria reazione alla minaccia, o della ripetizione dei controlli che diminuisce la memorizzazione dei loro esiti (van den Hout e Kindt, 2002).

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