“Da solo non ce la faccio”: il disturbo dipendente di personalità

La vitale necessità di relazioni accudenti, il timore della solitudine e dell’abbandono e la scarsa motivazione individuale  caratterizza la persona con disturbo dipendente di personalità. Kraepelin nel 1913 la definì come personalità incapace e recettiva alle influenze esterne, Schneider (1958) parlava di volontà debole, ed entrambi enfatizzavano l’eccessiva richiesta d’aiuto e rassicurazioni.

I criteri per la diagnosi secondo il DSM-IV (versione attuale: V) sono (almeno quattro):
1. Ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni;
2. Ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte dei settori della sua vita;
3. Ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione;
4. Ha difficoltà ad iniziare progetti o a fare cose autonomamente (per una mancanza di fiducia nel proprio giudizio o nelle proprie capacità piuttosto che per mancanza di motivazione o di energia);
5. Può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli;
6. Si sente a disagio o indifeso quando è solo per timori esagerati di essere incapace di provvedere a se stesso;
7. Quando termina una relazione stretta, ricerca urgentemente un’altra relazione come fonte di accudimento e di supporto;
8. Si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.

Tali criteri purtroppo non mettono in luce gli aspetti del funzionamento intrapsichico.
A livello comportamentale Millon (1999) descrive docilità, mancanza di assertività, bisogno di cure ed evitamento delle responsabilità adulte, con conseguente sottomissione nelle relazioni interpersonali e un’immagine di sé come inadeguato e inetto.
Per comprendere meglio il senso di dipendenza, può essere utile valutare il contesto e l’adattività; se infatti la dipendenza può essere considerata come un atteggiamento adattivo e appropriato in alcuni contesti come nelle malattie invalidanti e nell’infanzia in cui è presente la ricerca di protezione da parte di un altro ritenuto più forte, in altri contesti ed in alcune situazioni cliniche può determinare una grave menomazione del funzionamento personale e sociale. La difficoltà sarebbe quella di stabilire una propria identità separata da quella delle figure di riferimento (Birtchell, Borgherini, 1999), collegata allo scarso senso di autoefficacia e dunque di inadeguatezza. I sintomi ansiosi fobici sarebbero finalizzati proprio a minimizzare la separazione (Bornstein, 1996).
Secondo Beck, Freeman e altri studiosi (1990) il disturbo è il risultato di schemi di sé disfunzionali: il sé è visto come debole, bisognoso e indifeso, in contrasto con la rappresentazione degli altri visti come capaci e competenti, in grado di fornire accudimento e protezione. La terapia secondo questi autori deve aiutare il paziente ad agire in modo autonomo pur mantenendo la capacità di sviluppare relazioni intime.

Riferimenti bibliografici:
DiMaggio G., Semerari A.(2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Laterza ed.

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