Sì a luoghi e persone familiari, NO alle condizioni di costrizione fisica, agli spazi aperti. E’ AGORAFOBIA?!

giugno 6, 2013 by · Leave a Comment
Filed under: Agorafobia, Attaccamento, Disturbo di Panico 

“…quando uno psichiatra esamina il problema dell’agorafobia è subito colpito dalla sua somiglianza con la fobia della scuola. In entrambe i tipi di casi risulta che il paziente ha paura di andare in un posto in cui vi è dell’altra gente; in entrambi egli è esposto ad attacchi di angoscia, depressione e sintomi psicosomatici; in entrambi lo stato viene precipitato spesso da una malattia o da una morte; in entrambi il paziente risulta “iperdipendente”, risulta figlio di genitori che soffrono da lungo tempo di nevrosi, e spesso anche è sotto il dominio di una madre “iperprotettiva”. Infine un numero notevole di pazienti agorafobici da bambini rifiutavano la scuola…” (Bowlby, Attaccamento e Perdita, 2: La separazione dalla madre, 1973, pag. 367)
Seguendo la descrizione bowlbiana Guidano ritiene che l’agorafobico, oltre ad avere un’ attaccamento caratterizzato da ansia da separazione (C), abbia sperimentato ripetutamente le esperienze “ipercontrollanti” delle figure genitoriali: “mantengono uno stretto contatto con il bambino limitandone indirettamente la ricerca fisiologica di autonomia, spaventandolo con la descrizione di un mondo esterno pieno di pericoli o frenandolo mediante continue minacce di abbandono” (Guidano, 1988, p. 162).
Considerando in maniera più completa l’evoluzione del soggetto agorafobico, uno dei concetti da spiegare è il passaggio dall’ansia da separazione ad un’organizzazione spiccatamente autonoma e intollerante ai legami. In tal senso il modello di Guidano può aiutarci. Egli descrive come la risposta all’ipercontrollo genitoriale (attaccamento C) sia determinata da:

  •     l’ansia da separazione,
  •     la frustrazione e il bisogno di esplorazione.

L’ansia da separazione nasce dal bisogno di protezione e dalla percezione di “un sè debole e vulnerabile”.

Credersi deboli a sua volta compromette l’idea di autonomia e libertà.

Tale condizione determina una forte intolleranza ai legami affettivi e alle situazioni di costrizione in generale (claustrofobia). I pensieri tipici di chi soffre di agorafobia sono solitamente di questo tipo: “Starò male” “Sono troppo lontano da casa e può succedermi qualcosa” “Non posso stare in questo posto tutto questo tempo” “Come farò ad andare via?” “Non posso andare da solo” “Non posso stare da solo”. Read more

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

Autismo, affettività, sessualità

Le persone con autismo possiedono la capacità di creare e sviluppare legami affettivi in modo meno tipico rispetto alla media. Quando si parla di autismo “a basso funzionamento” il modo in cui tali legami affettivi vengono espressi ai familiari prima e non familiari poi, varia da soggetto a soggetto, incespicando nello stabilire veri e propri vincoli affettivi. E’ una probabile conseguenza della portata cognitiva del disturbo intesa come attenzione condivisa e empatia, capacità di regolazione emotiva, teoria della mente, tutti processi che possono lasciare il posto a stereotipie, emozioni intense incontrollabili, ipersensibilità percettiva, ostacoli dell’espressione affettiva e sessuale della persona autistica.
Si rendono così necessari interventi psicoeducativi sull’affettività e sulla sessualità a partire dall’infanzia; ciononostante “permane una difficoltà ad affrontare questi temi in ambito scolastico ed abilitativo” (Caretto, 2005).
Le conseguenze si riversano direttamente sul soggetto che può in qualche modo essere infantilizzato rispetto alle autonomie mancanti, oppure tollerato, legittimato o ignorato nell’espressione di comportamenti disinibiti e invasivi di affettività, o di masturbazione compulsiva, fintanto non ne risulti un quadro di comportamenti problematici sia per i familiari che per i professionisti che si prendono cura di lui.
E’ importante dunque che si intervenga sottolineando la legittimità della sessualità che può esprimersi in modo socialmente accettabile (Caretto, 2008); in tal senso occorre che si provveda all’educazione delle persone responsabili dell’insegnamento di comportamenti sessualmente appropriati che verranno condivisi da tutti i membri dell’equipe. Sarà utile inoltre evidenziare il quando, il dove e il chi dell’espressione o della negazione di tali comportamenti, insistendo in parallelo sullo sviluppo di competenze sociali e comunicative.
Per quanto riguarda le persone con autismo ad “alto funzionamento” o con “sindrome di Asperger” l’educazione alla sessualità va programmata e resa esplicita, insistendo molto sull’interazione sociale e sulle fasi dello sviluppo affettivo, emotivo e sessuale intesi come comportamenti portatori di significati progressivamente diretti verso l’altro.
L’educazione affettiva e sessuale delle persone con autismo favorisce inoltre il riconoscimento di situazioni di bullismo o di abuso sessuale, l’evitamento o l’interruzione del loro reiterarsi.
Esistono a tal proposito testi di educazione affettiva e sessuale per i caregiver e le persone con autismo che Isabelle Hénault mi consiglia di farvi conoscere come il suo libro “Sindrome di Asperger e sessualità”, Traduzione italiana LEM LIBRARIA, e ‘Making Sense of Sex’ di Sarah Attwood, non ancora tradotto in italiano, ma anche “La sessualità possibile: adolescenti e adulti con autismo” di Aliata P.

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

L’ "altro" è il motore della coscienza

aprile 26, 2010 by · Leave a Comment
Filed under: Attaccamento, Coscienza, Dissociazione, Psicopatologia 

Dalla metà dell’800 Jackson contribuì attraverso i suoi studi di neurologia e psicopatologia allo studio del cervello e della mente definendoli “organizzati gerarchicamente”. In altre parole essi sono organizzati in strati in progressivo sviluppo e complessità, ognuno sovraordinato al precedente, il quale in termini evoluzionistici sarebbe più arcaico e funzionalmente più automatico.
L’uomo condivide con gli altri mammiferi delle motivazioni specifiche al contesto che derivano dall’interazione tra l’organismo e l’ambiente. Esse funzionano come sistemi modulari atti a risolvere uno specifico problema biologico o biosociale, alla stregua di un adattamento darwiniano classico ottenuto per variazione e selezione naturale. Tali sistemi si attivano uno alla volta quando una specifica meta viene ostacolata e smettono di attivarsi non appena viene raggiunto l’obiettivo.
Essi sono:

  • sistema dell’attaccamento: si attiva per paura (da separazione), collera (protesta), tristezza, disperazione, distacco emozionale e si disattivano per conforto, gioia, sicurezza, fiducia, amore di tipo filiale.
  • sistema dell’accudimento: si attiva per compassione, colpa, ansiosa sollecitudine e si disattiva per tenerezza protettiva, gioia, amore di tipo genitoriale.
  • sistema sessuale: si attiva per pudore, paura del rifiuto, gelosia, e si disattiva per il raggiungimento del desiderio erotico, piacere erotico, amore erotico.
  • sistema di rango: si attiva per paura (da giudizio), vergogna, umiliazione, tristezza (da sconfitta), invidia e si disattiva con l’espressione di collera (da sfida), trionfo, potenza, orgoglio, disprezzo verso lo sconfitto, sentimento di superiorità.
  • sistema cooperativo: si attiva per colpa, rimorso, isolamento, sfiducia, risentimento e si disattiva con l’empatia, la lealtà reciproca, gioia da condivisione, fiducia, amore amicale.

Ogni sistema è accompagnato dall’esperienza emotiva che caratterizza l’azione di due persone che si incontrano e i motivi sottostanti all’emozione e all’azione. L’esperienza emotiva è il primo momento dell’attività dei sistemi motivazionali (la motivazione a ) che possiede la qualità di coscienza. Il rivolgersi e l’andare verso l’altro, o intersoggettività, è una meta costante per l’uomo, dall’Homo Sapiens, e su di essa si impiantano per fasi di diversa durata i sistemi sopra menzionati. L’attività della motivazione intersoggettiva a livello nervoso è perciò tonica e non procede per fasi e questo è testimoniato dagli studi che evidenziano la relazione tra intersoggettività e coscienza di ordine superiore(Edelman, 1989; Liotti, 1994/2005).
“Il tipo di coscienza esclusivamente umana richiede per sussistere un dialogo esterno o interiorizzato con un interlocutore concreto oppure potenziale. [...]
Se la coscienza emerge solo dal confronto fra sè e l’altro interiorizzato, allora la dimensione dell’intersoggettività è sempre presente finchè si è coscienti, anche se l’intensità, la compiutezza, e l’estensione della condivisione dell’esperienza possono variare notevolmente.
Quando ci sembra di non potere o volere condividere durevolmente l’esperienza soggettiva con nessun altro essere umano, allora la coscienza si intorbida e si altera, ma, fino a quando sussiste, è sostenuta da un tono intersoggettivo, anche se talmente tenue da somigliare alla debolissima contrattura tonica di un muscolo abbandonato all’inerzia del sonno.
Finchè siamo svegli siamo sempre anche nei momenti di attività solitaria in attesa di uno scambio intersoggettivo
.” (in Liotti, Monticelli, 2008, pp.30)

Riferimenti bibliografici
*Liotti, Monticelli (a cura di) [2008], I sistemi motivazionali nel dialogo clinico, Raffaello Cortina Editore, Milano.

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

Rottura dei legami e perdite. Difficoltà patologiche?!

ottobre 26, 2009 by · Leave a Comment
Filed under: Attaccamento, Depressione Maggiore, Psicopatologia 

La costruzione e la rottura dei legami sono temi centrali nello studio dell’attaccamento. Esso si sviluppa a partire dagli studi etologici, in particolare dal contributo di Harlow (1958) che allevò scimmiette dimostrando la loro preferenza verso la mamma fantoccio piuttosto che la mamma biberon. La funzione dell’attaccamento è probabilmente quella di protezione dai predatori.
L’attaccamento è infatti innato e trasversale alle specie viventi. Si definisce come il comportamento che conduce al raggiungimento o al mantenimento della vicinanza con un altro individuo ‘preferito’ considerato in genere più forte e/o più esperto. Tale comportamento ci accompagna dalla culla alla tomba.
Il modo in cui esso si svolge e si regolarizza definisce le modalità relazionali ed i legami affettivi. Ciò avviene sin dai primi giorni di vita cioè da quando l’uomo si fa ‘sociale’ e condivide lo stesso ambiente, le stesse risorse e le stesse qualità simboliche di altri suoi simili. Infatti esso si manifesta in modo particolarmente intenso nell’infanzia in direzione dei genitori, ma continua ad essere presente anche in età adulta verso una figura attiva e dominante, spesso un parente, o il partner. Esso si attiva ogni volta che una persona è malata o in difficoltà, ed è suscitato in modo particolarmente intenso quando la persona è spaventata o quando la figura di attaccamento non è presente.
Dall’osservazione delle modalità del comportamento di attaccamento e dunque dalle sue caratteristiche qualitative si possono distinguere quattro macrocategorie (A, B, C, D). Le tipologie C, A, e D sono quelle che con maggiore frequenza vengono messe in relazione alla probabilità di sviluppare psicopatologia.
Attualmente la letteratura riporta un consistente numero di informazioni sul modo in cui gli adulti reagiscono a gravi lutti e a perdite. Anche se l’intensità del dolore varia considerevolmente da individuo a individuo come pure la durata di ogni fase, esiste uno schema globale di quattro fasi principali (Bowlby, 1961). Esse sono:
1. Fase del torpore (“non aver provato assolutamente niente”, ecc.), che dura in genere da poche ore a una settimana e che può essere interrotta da attacchi di angoscia e/o collera di estrema intensità;
2. Fase dello struggimento e della ricerca della figura persa(“recarsi nei luoghi legati alla figura persa, ecc.”), che dura mesi e spesso anni;
3. Fase di disorganizzazione e disperazione;
4. Fase di maggior o minor grado di riorganizzazione.
Mediamente la durata del processo è di 1 anno. In relazione al tipo di attaccamento il processo attraverso cui si attraversano le diverse fasi può avere degli inceppamenti che possono generare evoluzioni psicopatologiche. In alcuni casi infatti si osservano delle stasi nella fase 2 o 3, come nel caso della depressione maggiore in cui si oscilla continuamente tra speranza e disperazione.
Tale modello che nasce dagli studi sul lutto, riguarda anche, con processualità simile, gli eventi di perdita particolarmente significativi per l’individuo, come ad esempio la rottura di una relazione amorosa, la separazione ed il divorzio, e così via.

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

Pagina successiva »