LE CONSEGUENZE DEL PERFEZIONISMO

Il perfezionismo è un problema quando è collegato a insoddisfazione e all’impossibilità di avere una vita normale.
Per esempio avere degli standard di vita troppo elevati può influire su molti aspetti del vivere quotidiano, come salute, rapporti affettivi, interessi personali e comportamento alimentare.
Nel lavoro si può essere talmente presi dall’attività lavorativa da trascurare qualsiasi cosa, come evitare colleghi e pause (neppure per il pranzo), arrivare per primi e andarsene per ultimi con l’effetto di perdere la simpatia dei colleghi.
Nell’ambiente domestico si può essere ossessionato di avere una casa sempre in ordine trascurando il proprio impegno in altre aree di vita (es. studio/lavoro/relazioni ecc.).
Nelle relazioni si può non riuscire ad accettare il comportamento diverso dal proprio con la conseguenza di seri problemi di convivenza oppure che le persone attorno evitino di parlare di determinate cose facendo sì che manchi un sincero dialogo. Anche avere delle aspettative personali troppo elevate può portare a problemi relazionali, per cui avere uno standard troppo elevato per sè potrebbe significare svalutare l’onesta buona riuscita degli altri.
Nelle attività ricreative, il perfezionismo può impedirvi di divertirvi in quanto anche le attività di svago vengono prese così sul serio e con tanto impegno da diventare un lavoro e perciò perdere la caratteristica ricreativa.
Nell’aspetto fisico e nel comportamento alimentare significa avere convinzioni estremamente rigide riguardo a ciò che si può mangiare e ciò che è da evitare assolutamente e lo sviluppo di ossessioni per le parti del corpo ritenute imperfette (es. dismorfofobia).

Il perfezionismo è una componente importante in alcuni disturbi psicologici quali disturbo depressivo, disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico, fobia sociale, ansia da prestazione ecc.), collera, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi alimentari.

Riferimenti bibliografici
Antony, Swinson “Nessuno è perfetto” Eclipsi editore.

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Il controllo su alimentazione, peso e forma del corpo, è eccessivo?!

L’eccessiva preoccupazione per l’alimentazione, il peso e la forma del corpo può giustificare la presenza di un Disturbo Alimentare. Normalmente il pensiero coinvolto in questo tipo di preoccupazione può assomigliare metaforicamente ad un dvd che gira in continuazione su questi temi. Le persone con un disturbo alimentare valtuano se stesse sulla base del fallimento o perseguimento di standard collegati a tali preoccupazioni, e mettono in atto comportamenti di controllo del corpo e della propria alimentazione in modo pressocchè costante.
Il check del corpo avviene pesandosi più volte al giorno, ispezionado in dettaglio il proprio corpo davanti allo specchio, toccando e prendendo in mano le pieghe del proprio grasso, misurando le parti del corpo con un metro, confrontando il proprio corpo con altre persone e/o con le modelle dei giornali e della televisione, chiedendo rassicurazioni sul proprio peso o forme.
Il check dell’alimentazione avviene sia durante che al di fuori dei pasti. Durante i pasti è possibile che si contino le calorie, il numero di volte che si mastica il boccone di cibo, e poi confrontarsi e controllare quello che mangiano gli altri (in particolare quelli che mangiano poco). Al di fuori dei pasti è possibile che si contino le calorie assunte dopo i pasti, che si leggano ripetutamente le etichette sulla composizione calorica degli alimenti, che si pesi il cibo più volte e che si pianifichino in modo minuzioso e ripetitivo le calorie da assumere durante la giornata.
E’ possibile inoltre mettere in atto dei check che rassicurino la persona sulla quantità e sulla qualità del cibo che sta mangiando.

Tale disturbo ha esordio nella maggior parte dei casi tra i 14 e i 20 anni e colpisce sia il sesso maschile che quello femminile. Nel sesso maschile può manifestarsi per esempio in coloro che cercano nella dieta, nella palestra e nell’esercizio fisico (ecc.) il raggiungimento di una particolare forma fisica (es. culturisti).
Un disturbo dell’alimentazione si mantiene perchè serve a mantenere una dieta rigida e la restrizione dietetica cognitiva, mantiene elevate le preoccupazioni per il controllo dell’altimentazione, ostacola l’alimentazione sociale e provoca isolamento.
Ciò provoca effetti cognitivi e umorali da denutrizione, come difficoltà di concentrazione, inflessibilità e rigidità, isolamento, ansia, depressione, irritabilità, labilità dell’umore.

Tra i fattori più spesso in relazione con i disturbi alimentare vi sono il perfezionismo clinico (studi familiari-genetici hanno dimostrato che il perfezionismo è un fattore di rischio specifico per la bulimia nervosa e l’anoressia nervosa – Halmi et al, 2000), la bassa autostima nucleare, intolleranza alle emozioni, difficoltà interpersonali.

Riferimenti bibliografici
*Dalle Grave R., Terapia Cognitivo Comportamentale dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Positive Press, Verona, 1999
*Halmi et al, Am J Psychiatry. 2000;157(11):1799-805.

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Perfezionismo e criticismo sono fattori di rischio, perchè?

Il perfezionismo è un modo particolare di rappresentare la realtà che si avvia fin dall’infanzia per mezzo di schemi cognitivi più o meno stabili nel tempo. Gli schemi cognitivi sono rappresentazioni schematiche della conoscenza in termini di “se-allora” legati a situazioni, eventi e immagini che riproponendosi significativamente nell’esperienza dei nostri giorni creano regolarità funzionali adattive.
Nel perfezionismo la convinzione incapsulata nello schema è che si possa meritare amore e attenzione solo se si è perfetti. E’ chiaro come anche il costrutto del controllo sia coinvolto in tale information processing. Le esperienze vissute che sappiamo caratterizzarsi lungamente nell’ambiente familiare esigono infatti normalmente delle categorizzazioni che danno vita al pensiero. Lo scopo è quello di creare economia cognitiva in termini temporali e funzionali e pertanto tali schemi diventano automatici. In altre parole pensieri e convinzioni si attivano automaticamente in continuazione e soprattutto in situazioni specifiche. Questo significa che quando pensiamo ad un evento o meglio quando viviamo un evento talvolta non lo pensiamo intenzionalmente eppure quell’evento nella nostra mente segue un percorso non casuale. E’ quel percorso già tracciato dai ripetuti solchi delle nostre impronte a favorire spesso una determinata meta.
Negli ultimi studi si è sottolineato come un ambiente di sviluppo particolarmente critico possa predisporre alla manifestazione di disturbi tra cui i DCA, il DOCP, il DBP. In particolare l’aderenza alle norme “critiche” allontanerebbe l’individuo dall’interiorizzazione della norma stessa e della regolazione emotiva, che è un sintonizzatore emozionale necessario all’evolversi delle competenze emotivo-relazionali e riflessive. Sembrerebbe infatti che nelle anoressiche poter controllare normativamente una motivazione innata come quella della fame produca una forte sensazione di successo e di amabilità. E’ infatti la gravosa paura di fallire che suscita un così forte bisogno di controllo sugli insuccessi e di monitoraggio coatto degli scopi secondo le norme. Quando si dice norma si intende in termin naif “ciò che è bene e ciò che male”, “ciò che si deve e ciò che non si deve”, intesi con rigidità e dicotomicamente. Ciò inevitabilmente non può che legarsi alla difficoltà di leggere i propri stati interni e se vogliamo in questa accezione possiamo parlare di alessitimia.

Secondo Dalla Grave il perfezionismo sarebbe mantenuto da quattro processi che legano la paura di fallire alla ricerca ostinata del successo, e sono:

1) Valutazione della prestazione
Una volta che gli standard personali siano stati fissati, la prestazione è valutata ripetutamente e rigorosamente. In questo contesto la prestazione non si riferisce solo al raggiungimento di un particolare obiettivo, ma anche alla prestazione dell’individuo in termini di impegno posto per raggiungere l’obiettivo (vedi sopra uso delle conseguenze avverse come evidenza che gli standard e la prestazione sono sufficientemente esigenti).
I soggetti perfezionisti valutano la loro prestazione utilizzando regole dicotomiche che sono soddisfatte o non lo sono. Tale tipo di valutazione necessita di una grande dose di autocontrollo: l’autocontrollo è, infatti, fondamentale per il perfezionista per raggiungere i propri obiettivi esigenti.

2) Non riuscire a soddisfare gli standard
Le persone perfezioniste sono auto-critiche e valutano se stesse negativamente quando non riescono a soddisfare i loro standard. L’auto-critica e la valutazione negativa di sé è facilitata sia dal monitoraggio ipervigilante della prestazione sia dall’attenzione selettiva che le persone perfezioniste pongono agli errori percepiti o compiuti, e dalla non considerazione delle parti delle prestazioni prive di errori. L’attenzione selettiva include tipicamente comportamenti di checking che possono essere visibili (ad esempio, rileggere più volte lo stesso lavoro) o non visibili (ad esempio, scrutinare la propria prestazione).

3) Riuscire a soddisfare gli standard
Quando una persona perfezionista riesce a soddisfare i propri standard si possono verificare due conseguenze: a) un aumento temporaneo della valutazione di sé, che a sua volta agisce come rinforzo intermittente per inseguire tali standard; b) un’immediata rivalutazione degli standard, che vengono considerati troppo bassi. Ciò facilita il fallimento e l’auto-critica.

4) Evitare e procrastinare i lavori in un dominio saliente
È inevitabile per alcune persone che inseguono i loro standard ed hanno paura dei non riuscire a soddisfarli, ritardare l’inizio del compito (procrastinazione), abbandonare il lavoro a metà o evitarlo completamente.

Bibliografia
**Dalle Grave, Analisi cognitivo comportamentale del perfezionismo.

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Il comportamento alimentare si fa "disturbo"

I Disturbi Alimentari Psicogeni secondo la prospettiva cognitivista post-razionalista vengono valutati ricostruendo il problema a partire dal punto di vista del paziente, per eccellenza colui che dà un senso al disagio. L’inquadramento teorico terapeutico, utile ad inserire i sintomi in una visione più ampia, utilizza una logica ‘interna’ riconoscibile dal paziente. In tal modo il processo di valutazione del disturbo si allontana dalla ricerca dell’oggettività ortodossa, avvininandosi invece alla valutazione soggettiva. Ciò non vuol dire, però, che i dati non possano essere più confrontabili, o che non si possa più operare alcuna forma di classificazione, tutto ciò può essere fatto a patto di prendere in esame la valutazione soggettiva, il significato soggettivo della psicopatologia; le classificazioni possono essere effettuate sulla base delle modalità soggettive di attribuire significati o gestire l’esperienza. Il sintomo, che è la manifestazione soggettiva riportata del disturbo, diventa il punto di partenza essenziale per la ricostruzione del problema, non è un punto di arrivo per la formulazione di una diagnosi. Per il paziente il dare un senso al sintomo è già parte della terapia, non è semplicemente un presupposto alla terapia; ciò permette, infatti, di vivere il disturbo, non più come una malattia che dall’esterno aggredisce l’organismo, ma come un qualcosa che è parte di sé, un proprio modo di “funzionare” psicologicamente o di reagire in certe situazioni, che però, proprio perché parte di sé, può essere modificato. In un’ottica cognitivista post-razionalista (Guidano, 1989; 1992) tutti i pazienti che rientrano nell’ambito diagnostico dei disturbi alimentari psicogeni vengono inquadrati in un continuum poiché risultano condividere la stessa modalità unitaria di gestire l’esperienza e di attribuire significati.
Questi pazienti condividono degli specifici meccanismi psicologici, mentre quello che varia profondamente e che definisce la manifestazione sintomatologica è il livello di attività ed il cosiddetto “stile attributivo”. Nell’anoressia vi è una modalità particolarmente attiva di affrontare la vita associata ad un livello di motricità elevato; l’attribuzione causale di colpa è tipicamente esterna con atteggiamento di autosufficienza e di lotta ad oltranza contro un mondo disconfermante. All’opposto nell’obesità vi è una motricità rallentata con una modalità particolarmente passiva di affrontare la vita; l’attribuzione causale di colpa è interna con senso pervasivo di sconfitta, le delusioni e le disconferme vengono percepite come inevitabili e sempre imputabili a sé. La bulimia si trova in una posizione intermedia, con ampie oscillazioni che avvicinano il disturbo all’anoressia o all’obesità. Le pazienti con disturbi alimentari psicogeni si possono situare in un punto qualsiasi del continuum in relazione alla specifica manifestazione sintomatologica ed al livello di attività/passività o attribuzione interna/esterna; il tutto con ampie possibilità di variazione nel tempo che rendono conto delle modificazioni fenomenologiche a cui si può assistere seguendo pazienti che, ad esempio, esordiscono con un episodio anoressico e successivamente si avviano verso una obesità con frequenti abbuffate. Il senso del sintomo alimentare, assume un ruolo fondamentale e porta con sè la finalità di comportamenti quali il digiuno o le abbuffate, il vomito o l’iperattività fisica, il calcolo infinitesimali delle calorie o l’abuso di lassativi o diuretici. Tali sintomi, semplicisticamente, hanno il valore di una attività diversiva che permetta ai pazienti di mantenere una continuità del senso di sé. L’attività diversiva ha una doppia funzione cioè di gestire esperienze emotive discrepanti – il senso di vuoto e di incapacità –e di evitare l’emergere un’immagine di sé negativa nella coscienza.

Bibliografia
**Guidano V.F.: La complessità del Sé. Bollati Boringhieri, Torino 1989.
**Guidano V.F.: Il Sé nel suo divenire. Bollati Boringhieri, Torino 1992.

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