LE CONSEGUENZE DEL PERFEZIONISMO

Il perfezionismo è un problema quando è collegato a insoddisfazione e all’impossibilità di avere una vita normale.
Per esempio avere degli standard di vita troppo elevati può influire su molti aspetti del vivere quotidiano, come salute, rapporti affettivi, interessi personali e comportamento alimentare.
Nel lavoro si può essere talmente presi dall’attività lavorativa da trascurare qualsiasi cosa, come evitare colleghi e pause (neppure per il pranzo), arrivare per primi e andarsene per ultimi con l’effetto di perdere la simpatia dei colleghi.
Nell’ambiente domestico si può essere ossessionato di avere una casa sempre in ordine trascurando il proprio impegno in altre aree di vita (es. studio/lavoro/relazioni ecc.).
Nelle relazioni si può non riuscire ad accettare il comportamento diverso dal proprio con la conseguenza di seri problemi di convivenza oppure che le persone attorno evitino di parlare di determinate cose facendo sì che manchi un sincero dialogo. Anche avere delle aspettative personali troppo elevate può portare a problemi relazionali, per cui avere uno standard troppo elevato per sè potrebbe significare svalutare l’onesta buona riuscita degli altri.
Nelle attività ricreative, il perfezionismo può impedirvi di divertirvi in quanto anche le attività di svago vengono prese così sul serio e con tanto impegno da diventare un lavoro e perciò perdere la caratteristica ricreativa.
Nell’aspetto fisico e nel comportamento alimentare significa avere convinzioni estremamente rigide riguardo a ciò che si può mangiare e ciò che è da evitare assolutamente e lo sviluppo di ossessioni per le parti del corpo ritenute imperfette (es. dismorfofobia).

Il perfezionismo è una componente importante in alcuni disturbi psicologici quali disturbo depressivo, disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico, fobia sociale, ansia da prestazione ecc.), collera, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi alimentari.

Riferimenti bibliografici
Antony, Swinson “Nessuno è perfetto” Eclipsi editore.

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Sì a luoghi e persone familiari, NO alle condizioni di costrizione fisica, agli spazi aperti. E’ AGORAFOBIA?!

giugno 6, 2013 by · Leave a Comment
Filed under: Agorafobia, Attaccamento, Disturbo di Panico 

“…quando uno psichiatra esamina il problema dell’agorafobia è subito colpito dalla sua somiglianza con la fobia della scuola. In entrambe i tipi di casi risulta che il paziente ha paura di andare in un posto in cui vi è dell’altra gente; in entrambi egli è esposto ad attacchi di angoscia, depressione e sintomi psicosomatici; in entrambi lo stato viene precipitato spesso da una malattia o da una morte; in entrambi il paziente risulta “iperdipendente”, risulta figlio di genitori che soffrono da lungo tempo di nevrosi, e spesso anche è sotto il dominio di una madre “iperprotettiva”. Infine un numero notevole di pazienti agorafobici da bambini rifiutavano la scuola…” (Bowlby, Attaccamento e Perdita, 2: La separazione dalla madre, 1973, pag. 367)
Seguendo la descrizione bowlbiana Guidano ritiene che l’agorafobico, oltre ad avere un’ attaccamento caratterizzato da ansia da separazione (C), abbia sperimentato ripetutamente le esperienze “ipercontrollanti” delle figure genitoriali: “mantengono uno stretto contatto con il bambino limitandone indirettamente la ricerca fisiologica di autonomia, spaventandolo con la descrizione di un mondo esterno pieno di pericoli o frenandolo mediante continue minacce di abbandono” (Guidano, 1988, p. 162).
Considerando in maniera più completa l’evoluzione del soggetto agorafobico, uno dei concetti da spiegare è il passaggio dall’ansia da separazione ad un’organizzazione spiccatamente autonoma e intollerante ai legami. In tal senso il modello di Guidano può aiutarci. Egli descrive come la risposta all’ipercontrollo genitoriale (attaccamento C) sia determinata da:

  •     l’ansia da separazione,
  •     la frustrazione e il bisogno di esplorazione.

L’ansia da separazione nasce dal bisogno di protezione e dalla percezione di “un sè debole e vulnerabile”.

Credersi deboli a sua volta compromette l’idea di autonomia e libertà.

Tale condizione determina una forte intolleranza ai legami affettivi e alle situazioni di costrizione in generale (claustrofobia). I pensieri tipici di chi soffre di agorafobia sono solitamente di questo tipo: “Starò male” “Sono troppo lontano da casa e può succedermi qualcosa” “Non posso stare in questo posto tutto questo tempo” “Come farò ad andare via?” “Non posso andare da solo” “Non posso stare da solo”. Read more

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Ansia, Panico, Anxiety Sensitivity

dicembre 4, 2009 by · Leave a Comment
Filed under: Disturbo di Panico 

L’ansia è un’emozione i cui ingredienti cognitivi corrispondono al timore per una potenziale minaccia ed ha la funzione preparatoria per il panico. In tal senso corrisponde ad un’attivazione anticipatoria che implica processi cognitivi, emotivi, e fisiologici, questi ultimi tipici del sistema nervoso autonomo. A livello subcorticale coinvolge l’amigdala centrale e la sostanza grigia ventrale, che mediano il freezing. Essa può avere caratteristiche funzionali e disfunzionali; se disfunzionali l’ intensità, la durata, la frequenza sono eccessive e si attiva per stimoli incongruenti.
A differenza dell’ansia il panico è uno stato emotivo indirizzato alla gestione di un evento temuto ‘in atto’, e manifesta reazioni differenti dall’ansia sia quantitativamente che qualitativamente. Esse corrispondo agli ingredienti cognitivi della paura di perdere il controllo, di impazzire, di morire, al fenomeno della derealizzazione ecc., e sono legate ad un senso soggettivo di estrema paura o di morte imminente, un intenso arousal autonomico e alla tendenza comportamentale di fuga o di lotta. Le espressioni fisiologiche sono infatti la tachicardia, i tremori, l’iperventilazione, sensazione di svenimento, vampate di calore ecc. A livello subcorticale coinvolge la sostanza grigia dorsolaterale e i collicoli superiori che mediano dei comportamenti difensivi più attivi quali appunto i comportamenti di fuga e di lotta.
L’Anxiety Sensitivity (AS) è invece un costrutto che si riferisce alla ‘paura delle sensazioni legate all’arousal neurovegetativo’. Esso deriva dalle credenze sulle conseguenze negative delle sensazioni di arousal autonomico come le palpitazioni, la parestesia, sudorazione, la dispnea o la sensazione di soffocamento, la sensazione di asfissia, il dolore o fastidio al petto, i tremori, le difficoltà di concentrazione, la confusione mentale, la derealizzazione. Queste sensazioni, che si verificano durante l’attivazione ansiosa, possono essere presenti anche in caso di malattie fisiche, di ingestione di caffeina, ecc. In particolare le persone con una bassa Anxiety Sensitivity ritengono che le sensazioni legate all’attivazione siano fastidiose, ma non pericolose, mentre quelle con un’alta Anxiety Sensivity manifestano credenze catastrofiche riguardo le sensazioni legate all’arousal ansioso. Tali soggetti inoltre sono convinti che le sensazioni legate all’ansia possano essere molto pericolose e produrre conseguenze connesse alla morte o a malattie fisiche, alla perdita di controllo mentale e alla pazzia, all’umiliazione e all’ostracismo sociale. Pertanto un’alta Anxiety Sensitivity sembra essere collegata ad una maggiore probabilità di esperire attacchi di panico.

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