Terapia Cognitivo Comportamentale

La psicoterapia cognitivo-comportamentale si sviluppa negli anni ’60 con due terapeuti di formazione psicoanalitica: Aaron Beck (1967) e Albert Ellis (1989); contrariamente a quanto frequentemente si crede, ovvero che la terapia cognitiva sia un’evoluzione della terapia del comportamento, nasce, invece, con due clinici di formazione psicoanalitica che, nello stesso periodo e indipendentemente, mettono a punto un metodo clinico che poi diventerà, su una definizione coniata da Beck, la terapia cognitiva. Si tratta, dunque, di una terapia che nasce direttamente dalla clinica come metodo di cura, in particolare come cura della depressione e dei disturbi d’ansia.
L’assunto fondamentale, postulato per la prima volta negli anni 60 da Aaron Beck e da Albert Ellis (Beck 1967, Ellis 1962), è che le rappresentazioni mentali del paziente (credenze, pensieri automatici, schemi) permettono, con un minimo d’inferenza, di spiegare il disagio psicologico e il suo perpetrarsi nel tempo. Le reazioni emotive disfunzionali e il disagio sono frutto di distorsioni contenutistiche e formali di tipo cognitivo: la patologia è frutto di pensieri, schemi e processi disfunzionali. La non modificazione di tali schemi, a dispetto di evidenze contrarie, è spiegato da errori procedurali e contenutistici che ne “prevengono” l’invalidazione e contribuiscono al mantenimento del disturbo.
Sebbene la terapia cognitiva standard stressi il ruolo delle cognizioni come determinanti delle emozioni e semplifichi la relazione trattandola come causale e unidirezionale (“le valutazioni e i pensieri causano le emozioni e le condotte”), gli effetti delle emozioni sulle cognizioni sono cruciali in ambito cognitivista in almeno due sensi: alle emozioni è riconosciuto un ruolo nell’”attivare” gli scopi e, dunque, le rappresentazioni e piani di azioni (Johnson-Laird, Mancini e Gangemi 2006); le emozioni influenzano direttamente i processi cognitivi, ovvero il ragionamento, l’attenzione, la memoria e i processi di recupero delle informazioni. Si pensi al cosiddetto Mood Congruity Effect (Teasdeale et al. 1980, 1995), ovvero al fatto che le nostre valutazioni tendono a essere coerenti con l’emozione prevalente (se sperimento rabbia, tendono ad attivarsi valutazioni e ricordi coerenti con l’interpretazione degli eventi in termini di torto subito) o al ragionamento emozionale: le emozioni possono influenzare le valutazioni con un effetto “retroattivo” quando vengono assunte come segnali di un fatto, piuttosto che di una valutazione personale creando errori cognitivi del tipo “se mi sento in colpa, significa che devo aver fatto qualcosa di male”, invece di “mi sento in colpa quando penso di aver fatto qualcosa di male (Gangemi et al. 2006).

Se pensieri e valutazioni regolano emozioni e condotte, come mai solo in alcune situazioni specifiche questo funzionamento genera sofferenza ed è disadattivo?
Il disagio è accompagnato da valutazioni cognitive “negative” o, nell’accezione più condivisa, “disfunzionali”. Con il termine “disfunzionali” si fa riferimento a valutazioni e convinzioni che producono sofferenza, allontanano dagli scopi, tendono ad autoperpetrarsi nonostante l’inefficacia. L’adesione alla realtà non è il criterio centrale: una credenza può essere disfunzionale anche se “vera” o, viceversa, funzionale anche se non completamente aderente alla realtà (Mancini e Gangemi 2002).
Il disagio, dunque, è attribuibile a due variabili fondamentali: contenuti mentali (ovvero pensieri automatici negativi, schemi o assunzioni centrali disfunzionali) e processi, ovvero bias e distorsioni cognitive. Il risultato sono valutazioni cognitive disfunzionali. A parità di evento antecedente soggetti diversi danno significati diversi; ad esempio il rimprovero del capo per il ritardo può produrre in un collaboratore ansia e in un altro ostilità. Le differenti reazioni sono, in quest’ottica, spiegate come frutto di significato diverso attribuito all’evento: il primo collaboratore interpreta il rimprovero come minaccia al rapporto di lavoro esistente e desiderabile, il secondo come un torto subito.

tratto da Mancini F. & Perdighe C. (2010), Elementi di Psicoterapia Cognitiva. Roma, Giovanni Fioriti Editore

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