Il controllo su alimentazione, peso e forma del corpo, è eccessivo?!

L’eccessiva preoccupazione per l’alimentazione, il peso e la forma del corpo può giustificare la presenza di un Disturbo Alimentare. Normalmente il pensiero coinvolto in questo tipo di preoccupazione può assomigliare metaforicamente ad un dvd che gira in continuazione su questi temi. Le persone con un disturbo alimentare valtuano se stesse sulla base del fallimento o perseguimento di standard collegati a tali preoccupazioni, e mettono in atto comportamenti di controllo del corpo e della propria alimentazione in modo pressocchè costante.
Il check del corpo avviene pesandosi più volte al giorno, ispezionado in dettaglio il proprio corpo davanti allo specchio, toccando e prendendo in mano le pieghe del proprio grasso, misurando le parti del corpo con un metro, confrontando il proprio corpo con altre persone e/o con le modelle dei giornali e della televisione, chiedendo rassicurazioni sul proprio peso o forme.
Il check dell’alimentazione avviene sia durante che al di fuori dei pasti. Durante i pasti è possibile che si contino le calorie, il numero di volte che si mastica il boccone di cibo, e poi confrontarsi e controllare quello che mangiano gli altri (in particolare quelli che mangiano poco). Al di fuori dei pasti è possibile che si contino le calorie assunte dopo i pasti, che si leggano ripetutamente le etichette sulla composizione calorica degli alimenti, che si pesi il cibo più volte e che si pianifichino in modo minuzioso e ripetitivo le calorie da assumere durante la giornata.
E’ possibile inoltre mettere in atto dei check che rassicurino la persona sulla quantità e sulla qualità del cibo che sta mangiando.

Tale disturbo ha esordio nella maggior parte dei casi tra i 14 e i 20 anni e colpisce sia il sesso maschile che quello femminile. Nel sesso maschile può manifestarsi per esempio in coloro che cercano nella dieta, nella palestra e nell’esercizio fisico (ecc.) il raggiungimento di una particolare forma fisica (es. culturisti).
Un disturbo dell’alimentazione si mantiene perchè serve a mantenere una dieta rigida e la restrizione dietetica cognitiva, mantiene elevate le preoccupazioni per il controllo dell’altimentazione, ostacola l’alimentazione sociale e provoca isolamento.
Ciò provoca effetti cognitivi e umorali da denutrizione, come difficoltà di concentrazione, inflessibilità e rigidità, isolamento, ansia, depressione, irritabilità, labilità dell’umore.

Tra i fattori più spesso in relazione con i disturbi alimentare vi sono il perfezionismo clinico (studi familiari-genetici hanno dimostrato che il perfezionismo è un fattore di rischio specifico per la bulimia nervosa e l’anoressia nervosa – Halmi et al, 2000), la bassa autostima nucleare, intolleranza alle emozioni, difficoltà interpersonali.

Riferimenti bibliografici
*Dalle Grave R., Terapia Cognitivo Comportamentale dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Positive Press, Verona, 1999
*Halmi et al, Am J Psychiatry. 2000;157(11):1799-805.

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Il comportamento alimentare si fa "disturbo"

I Disturbi Alimentari Psicogeni secondo la prospettiva cognitivista post-razionalista vengono valutati ricostruendo il problema a partire dal punto di vista del paziente, per eccellenza colui che dà un senso al disagio. L’inquadramento teorico terapeutico, utile ad inserire i sintomi in una visione più ampia, utilizza una logica ‘interna’ riconoscibile dal paziente. In tal modo il processo di valutazione del disturbo si allontana dalla ricerca dell’oggettività ortodossa, avvininandosi invece alla valutazione soggettiva. Ciò non vuol dire, però, che i dati non possano essere più confrontabili, o che non si possa più operare alcuna forma di classificazione, tutto ciò può essere fatto a patto di prendere in esame la valutazione soggettiva, il significato soggettivo della psicopatologia; le classificazioni possono essere effettuate sulla base delle modalità soggettive di attribuire significati o gestire l’esperienza. Il sintomo, che è la manifestazione soggettiva riportata del disturbo, diventa il punto di partenza essenziale per la ricostruzione del problema, non è un punto di arrivo per la formulazione di una diagnosi. Per il paziente il dare un senso al sintomo è già parte della terapia, non è semplicemente un presupposto alla terapia; ciò permette, infatti, di vivere il disturbo, non più come una malattia che dall’esterno aggredisce l’organismo, ma come un qualcosa che è parte di sé, un proprio modo di “funzionare” psicologicamente o di reagire in certe situazioni, che però, proprio perché parte di sé, può essere modificato. In un’ottica cognitivista post-razionalista (Guidano, 1989; 1992) tutti i pazienti che rientrano nell’ambito diagnostico dei disturbi alimentari psicogeni vengono inquadrati in un continuum poiché risultano condividere la stessa modalità unitaria di gestire l’esperienza e di attribuire significati.
Questi pazienti condividono degli specifici meccanismi psicologici, mentre quello che varia profondamente e che definisce la manifestazione sintomatologica è il livello di attività ed il cosiddetto “stile attributivo”. Nell’anoressia vi è una modalità particolarmente attiva di affrontare la vita associata ad un livello di motricità elevato; l’attribuzione causale di colpa è tipicamente esterna con atteggiamento di autosufficienza e di lotta ad oltranza contro un mondo disconfermante. All’opposto nell’obesità vi è una motricità rallentata con una modalità particolarmente passiva di affrontare la vita; l’attribuzione causale di colpa è interna con senso pervasivo di sconfitta, le delusioni e le disconferme vengono percepite come inevitabili e sempre imputabili a sé. La bulimia si trova in una posizione intermedia, con ampie oscillazioni che avvicinano il disturbo all’anoressia o all’obesità. Le pazienti con disturbi alimentari psicogeni si possono situare in un punto qualsiasi del continuum in relazione alla specifica manifestazione sintomatologica ed al livello di attività/passività o attribuzione interna/esterna; il tutto con ampie possibilità di variazione nel tempo che rendono conto delle modificazioni fenomenologiche a cui si può assistere seguendo pazienti che, ad esempio, esordiscono con un episodio anoressico e successivamente si avviano verso una obesità con frequenti abbuffate. Il senso del sintomo alimentare, assume un ruolo fondamentale e porta con sè la finalità di comportamenti quali il digiuno o le abbuffate, il vomito o l’iperattività fisica, il calcolo infinitesimali delle calorie o l’abuso di lassativi o diuretici. Tali sintomi, semplicisticamente, hanno il valore di una attività diversiva che permetta ai pazienti di mantenere una continuità del senso di sé. L’attività diversiva ha una doppia funzione cioè di gestire esperienze emotive discrepanti – il senso di vuoto e di incapacità –e di evitare l’emergere un’immagine di sé negativa nella coscienza.

Bibliografia
**Guidano V.F.: La complessità del Sé. Bollati Boringhieri, Torino 1989.
**Guidano V.F.: Il Sé nel suo divenire. Bollati Boringhieri, Torino 1992.

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