Inconscio tra scienza cognitiva e neuroscienze. Riferimenti

settembre 26, 2009 by · Leave a Comment
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Inconscio tra scienza cognitiva e neuroscienze from drssa Pagnanini on Vimeo.

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Reti sociali, struttura di conoscenza del singolo e del gruppo

maggio 13, 2009 by · Leave a Comment
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Le reti sociali sono un modo di descrivere sistemi composti da molteplici elementi messi in relazione in diverso modo. Ogni elemento, o nodo, può avere relazioni o meno con altri nodi; in un contesto organizzativo i nodi corrispondono agli attori, ed i collegamenti rappresentano il tema della relazione o la condivisione di un’attività in sé.

La prospettiva del network in particolare raffigura la società come un sistema di attori, cioè individui, gruppi organizzazioni, uniti da una serie di relazioni, non tutte dirette ed alcune multiple. I contenuti e la struttura delle relazioni sociali intrattenute dagli attori influiscono sulle diverse fasi del processo di apprendimento organizzativo, sia attraverso la creazione di opportunità di acquisizione di nuove conoscenze, sia attraverso l’influenza sul grado di condivisione e quindi di assimilazione delle conoscenze acquisite. Le relazioni sociali creano dunque opportunità di acquisire nuova conoscenza e, al tempo stesso, influiscono sulle modalità di interpretazione ed assimilazione delle conoscenze. Il trasferimento delle risorse infatti, siano esse tangibili o intangibili, implica l’esistenza di una relazione tra attori; se esse sono particolarmente complesse e difficili da articolare, le dinamiche di trasferimento saranno fortemente influenzate dal livello di interazione tra i membri dell’organizzazione. La diffusione di conoscenza richiede perciò l’adattamento reciproco di un insieme di attori che spesso fanno parte di unità e livelli gerarchici differenti. In particolar modo sono le relazioni che emergono in modo spontaneo, spesso non rispecchiando i canali formali di comunicazione o autorità, che danno un maggiore impulso al processo di diffusione delle conoscenze. Le relazioni rilevanti ai fini della ricostruzione dei network di conoscenza sono sia quelle dirette che indirette, dove la connessione tra due attori è resa possibile da uno o più intermediari. Sebbene le relazioni dirette siano più efficaci per il trasferimento delle conoscenze non codificate e difficili da articolare, esse richiedono elevati investimenti da parte dei membri del network in termini di tempo e risorse dedicate allo sviluppo e al mantenimento dei contatti; quelle indirette invece sono molto utili per identificare le opportunità presenti all’interno dell’organizzazione ma rischiano di fornire informazioni distorte e poco efficaci. Per poter interagire in maniera efficace gli individui devono condividere almeno parzialmente un codice di comunicazione, che è un linguaggio comune e condiviso generato talvolta da relazioni informali. Se gli attori sociali non condividono un medesimo linguaggio, interpreteranno ed utilizzeranno le medesime conoscenze in maniera differente, anche qualora queste siano codificate. Negli ultimi anni notevole interesse si è riversato sul fatto che l’apprendimento e la conoscenza si verifichino nelle interazioni e nelle conversazioni tra persone all’interno di specifici contesti socio-culturali e materiali favorendo sempre più il concetto di comunità di pratiche. La nozione di comunità, per la prima volta introdotta da Lave e Wenger(1990), si riferisce alla partecipazione in un’attività di cui si condivide un significato, cioè un impegno comune in una determinata pratica senza obbligo di convergenza di interessi, condivisione di valori e co-presenza all’interno del gruppo. L’accento sul termine “pratica”(o “practice”, “social practice”, “activity”, “activity sistem”) viene posto per accentuare l’aspetto di interazione e attività nella soluzione dello stesso tipo di problemi e di comune ricerca di soluzioni da parte di un gruppo di professionisti. Per alcuni autori esse si distinguono però dai network in quanto, pur emergendo entrambe spontaneamente per soddisfare gli interessi comuni agli attori, diffondono prevalentemente informazioni, o conoscenza, senza sviluppare al loro interno processi di identificazione. Diversi ricercatori sostengono che il funzionamento delle organizzazioni dotate di una strutturata ed ampia rete sociale sia maggiormente efficace perché risulta favorire l’accesso e la condivisione di informazioni e di conoscenza, consentire l’abbassamento dei costi dei cambi di personale per il formarsi di relazioni di fiducia tra attori, accrescere conoscenze grazie alla stabilità delle relazioni, aumentare la coerenza d’azione dovuta ad una cultura condivisa. Agli stessi manager che solitamente si limitano a scambiare due terzi delle loro informazioni attraverso incontri faccia a faccia o conversazioni telefoniche e solo la parte restante attraverso documenti (Davenport,1994) sarebbe profondamente utile rendersi conto di cosa siano le reti sociali, visualizzarle, analizzarne forma, dimensioni e caratteristiche per verificare come l’organizzazione trae beneficio da esse. La social network analysis è uno strumento che verifica la struttura informale sulla diffusione delle conoscenze mirando a quelle relazioni che uniscono diversi attori al di là delle semplici relazioni gerarchiche.

Ma come avviene l’analisi di una rete sociale?

Le informazioni possono essere raccolte in vari modi, ma in ambito organizzazionale prevalgono i questionari elettronici. In base al fuoco dell’analisi vengono poste dalle 5 alle 7 domande, poi vengono raccolte le risposte selezionando opportunamente determinati attori, e si pone loro un’ulteriore domanda sulla frequenza dell’attività di riferimento(es. “più di una volta al giorno”, “mensilmente” etc.). In base a degli specifici criteri matematici si analizza la struttura dell’organizzazione per valutarne il conseguimento effettivo degli scopi. Ogni parte di questa struttura sociale può anche essere comparata con l’effettivo/ottimale funzionamento della struttura stessa dando modo ai manager di individuare dove le iniziative producono un alto ritorno. La social network analysis viene utilizzata ai seguenti fini:
- Ottenere una migliore prospettiva di come il lavoro è attualmente svolto (es. Che cosa sta succedendo nella maggior parte dell’organizzazione di virtualmente invisibile? Come lo svilupparsi di iniziative migliora le pratiche formali urtando quelle informali? Quali rischi ancora sconosciuti sono correntemente implicati nello svolgimento di pratiche informali? Cosa può esser fatto per migliorare l’efficienza di una struttura informale?)
- Identificare le barriere invisibili che ostacolano la condivisione della conoscenza (es. La mancanza di tempo, luoghi e di opportunità per formare delle relazioni con coloro che sono al di fuori dello specifico spazio lavorativo; la naturale predisposizione a creare legami con coloro che ci sono accomunati per età, cultura, genere etc.; la difficoltà di rapporti faccia a faccia rafforzata dalla struttura degli uffici; programmi inefficienti o addirittura assenti volti allo stabilirsi di relazioni tra il personale etc. )
- Identificare le comunità di pratiche esistenti (es. Vengono identificate le persone che vorrebbero essere incluse nelle comunità di pratiche, nonché quelle già esistenti allo scopo di generare effetti positivi sull’organizzazione )
- Identificare le strettoie all’efficienza organizzazionale ( es. Vengono identificate le persone che limitano l’efficienza organizzazionale proponendo strategie per migliorare la situazione) – Incrementare l’innovazione ( es. Identificando il personale più adatto ad apportare risorse innovative )
- Migliorare la condivisione della conoscenza ( es. Documentando come la conoscenza è attualmente condivisa e diffusa, è possibile apportare cambiamenti notevolmente significativi al suo modo di fluire nell’organizzazione )
- Calcolare gli effetti di cambiamenti organizzativi pianificati ( es. Aiuta i manager a tenere sotto controllo inaspettate conseguenze di cambiamenti innovativi dell’organizzazione )
- Misurare gli effetti di iniziative organizzazionali ( es. Controllare gli effetti di un’innovazione proposta da un gruppo su tutto il resto e misurare il rientro sull’intera organizzazione attraverso dati e non presentimenti)
In questo modo l’organizzazione dà priorità agli investimenti sul capitale sociale ponendo al centro del suo funzionamento le competenze del personale e ne fa patrimonio strategico in accrescimento su cui basare il futuro della propria strategia innovativa.


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La cognizione sociale implicita…automatismi di tutti i giorni!

maggio 11, 2009 by · Leave a Comment
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Secondo Bargh [1997] lo scopo della cognizione sociale è quello di focalizzarsi sulle determinanti ambientali del pensiero, delle emozioni e delle azioni nella loro inevitabile e naturale automaticità. Attualmente egli sostiene che la maggior parte della vita di ogni giorno, e quindi pensieri, emozioni, azioni, sia automatica nella misura in cui sia guidata da caratteristiche presenti nell’ambiente (es. persone, oggetti, comportamenti, ambienti, ruoli, norme, ecc.) e da processi automatici coscienti non mediati da scelte consapevoli o riflessioni. Da qui l’interesse verso i ‘processi cognitivi automatici’: un fenomeno mentale automatico si presenta di riflesso ogni volta che determinate condizioni scatenanti hanno luogo indipendentemente da un controllo cosciente. Emerge che teoria e ricerca, sia in psicologia sociale che nello studio dell’automaticità, pongono al centro del loro interesse l’individuazione e la spiegazione delle relazioni se-allora tra eventi ambientali e circostanze da un lato, ed effetti cognitivi, emotivi e comportamentali dall’altro. La natura essenziale delle precondizioni (i se) può variare in modo tale che alcune richiedano unicamente un evento scatenante, allontanandosi da ogni tipo di predisposizione attentiva, motivazionale e/o scopo. Questi sono quelli che Bargh chiama processi automatici precoscienti, o pre-attentivi, distinti dalle forme di automaticità post-cosciente (effetti di priming) e scopo-dipendente (processi automatici ed autonomamente avviati da un’intenzione prestabilita). La tipicità delle precondizioni, incluse le cognizioni interne, stabilirà conseguentemente il relativo tipo di automaticità del fenomeno. Per quanto riguarda i processi sociali quindi, Bargh [ibidem] assegna un ruolo determinante ai processi automatici, piuttosto che coscienti o controllati, aprendo la strada allo studio di processi impliciti di tipo “percettivo, valutativo e motivazionale”. Gli effetti pre-attentivi (o automatici precoscienti) della percezione sociale sono messi in atto nel formarsi di impressioni e negli stereotipi, nel primo caso influendo sulla categorizzazione e sulla spiegazione del comportamento degli individui, nel secondo in base a quanto è frequentemente e consistentemente attivato lo stereotipo. Come gli stereotipi, il concetto di Sé riguarda l’attivazione automatica di tratti, però inclusi in una collezione di concetti intercorrelati di stimoli sé-rilevanti, che intervengono influendo sulle emozioni e sulla percezione del sé. Per quanto riguarda la valutazione pre-attentiva esistono invece due preponderanti linee-guida: la prima che considera i contenuti emozionali delle espressioni facciali influenti sulla percezione dell’individuo-target [Murphy & Zajonc 1993], mentre la seconda la messa in atto di atteggiamenti fuori da riflessioni o scopi verso oggetti sociali e dalla presentazione dell’oggetto dell’atteggiamento [Bargh, Chaiken, et al. 1992]. Attraverso ricerche attinenti, inoltre, è stata scoperta un’importante dissociazione tra l’elaborazione pre-attentiva e quella cosciente, per cui i processi emozionali risultano essere elaborati in modo immediato e non consapevole da un circuito separato [Murphy & Zajonc 1993]. Gli scopi e le motivazioni , come compiti frequentemente e consistentemente perseguiti in una data situazione, vengono chiaramente trattati nella letteratura dell’apprendimento come capaci di operare autonomamente e senza l’aiuto della guida cosciente. L’attivazione dello scopo, o goal, che muove all’azione, risiede nel nodo più alto del sistema diretto allo scopo, al di sotto del quale sono comprese strategie e processi diversi. Il modello ”automotivazionale” dell’azione orientata allo scopo [Bargh 1990] spiega che l’input che trasforma lo scopo in azione può soggiacere ed essere rimosso dalla scelta cosciente, se ripetutamente associato con una serie specifica di caratteristiche ambientali. Il punto d’inizio e la rappresentazione dell’ambiente possono essere elaborati insieme se la rappresentazione della situazione e lo scopo in questione sono attivati per più volte insieme [Hayes-Roth 1977; Hebb 1948]. Diversi studi sostengono l’ipotesi che l’attivazione di uno scopo possa operare al di fuori della consapevolezza e perciò influenzare inconsciamente l’elaborazione. Lo stesso Jung [1927] sosteneva che gli individui utilizzano spesso routine e pattern di comportamento, la cui attivazione non è accessibile alla coscienza, esperendo quel comportamento come una scelta consapevole mediante la “razionalizzazione”, fenomeno presente in modo simile anche nei pazienti commissurotomizzati o con sindrome di Korsakoff [Gazzaniga 1985]. D’altro canto McLelland et al. [1989] attraverso l’applicazione di misure esplicite ed implicite (mediante tecniche prioiettive come il TAT) hanno messo in evidenza che esistono due livelli motivazionali. Il primo è implicito e legato a meccanismi di innesco e regolazione innati ed inoltre, dipende da incentivi legati all’attività che si svolge in sé e per sé. Viceversa il secondo ha la funzione di specificare in obiettivi concreti le motivazioni generali implicite precedentemente citate; in questo senso il livello motivazionale esplicito è legato ad incentivi sociali determinati da situazioni culturalmente strutturate.
Come mostra l’esperimento di Lewicki e Hill [1987], per apprendere non consapevolmente l’associazione tra una caratteristica fisica come la forma di un viso e l’attributo sociale potrebbe bastare una singola esposizione, e giungere alla generalizzazione ad altri visi similmente strutturati rivelando una scorretta spiegazione delle cause di giudizio. Attraverso il modello MODE (Motivation and Opportunity as DEterminants of the attitude-to-behavior process) di Fazio [1990; Fazio et al. 1999] si è cercato di spiegare in un ‘doppio processo’ il modo in cui gli atteggiamenti influiscono su giudizi e comportamenti. Il modello considera processi ‘spontanei’ che agiscono riattivando atteggiamenti passati congruenti alla situazione attuale, e processi ‘intenzionali’ di analisi costi-benefici dell’utilità del comportamento; è possibile anche un processo ‘misto’ includente entrambe le componenti, che considera insieme la motivazione allo sforzo cognitivo e la possibilità di compierlo. Alcune credenze o atteggiamenti, attribuiti ad una singola classe di persone manifestanti apertamente pregiudizi e stereotipi, in realtà vivono nei comportamenti, nelle credenze, nelle preferenze di tutti noi. Mediante lo studio di stereotipi e pregiudizi si può osservare come l’automaticità della percezione sociale abbia conseguenze in un dominio che coinvolge relazioni interpersonali e relazioni tra gruppi.


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Coscienza in scienza cognitiva

marzo 21, 2009 by · Leave a Comment
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Parlare di coscienza vuol dire trattare uno dei temi più dibattuti e complicati all’interno della letteratura psicologica dell’ultimo secolo. Studiare la coscienza significa inoltre distinguerla in qualche modo da ciò che “non è conscio”, cioè “inconscio”, o più semplicemente “inconsapevole” e ciò implica definizioni teoriche ed empiriche di rilievo che vanno ancora modificandosi e ridefinendosi. In un panorama così complesso vengono formandosi principalmente due grandi aree di ricerca psicologica identificabili prettamente nel cognitivismo e nelle neuroscienze. La trattazione procederà dunque rispettando tali filoni e sviluppando i principali contributi scientifici che li riguardano.

La scienza cognitiva contemporanea
L’evoluzione all’interno della storia europea di idee intimamente legate al concetto di coscienza ha fatto sì che la scienza cognitiva moderna giungesse ad indagare su tale tematica (Edelman e Tononi, 2000; Damasio, 1999; Chalmers, 1996; Searle, 1997; Di Francesco, 2000; Dennet, 1991). In particolare gli scienziati cognitivi contemporanei hanno affrontato questo argomento a partire da un percorso storico e concettuale che nella tradizione culturale occidentale coincide ad alcune macrotematiche generali, quali il riferimento al sé dell’esperienza cosciente, il problema dell’unità/eterogeneità della coscienza ed il rapporto coscienza-memoria, i livelli e gli stati di coscienza, ed il problema mente-corpo (in Dentale e Gennaro, 2005, pp. 19-24).
Tali contributi aiutano ad avere una visione più ampia del costrutto della coscienza e a definerla a partire dal suo limite inferiore rappresentato dal concetto-processo-sistema inconscio.
· Il riferimento al Sé di ogni esperienza cosciente – relazione tra coscienza, autocoscienza e contenuto della coscienza
La distinzione tra coscienza, autocoscienza e contenuto della coscienza nasce dalle opere di pensatori della tradizione occidentale in primis socratica e platonica rispetto alla consapevolezza di sé e del proprio sapere, poi dalla concezione aristotelica secondo cui l’intelletto può conoscere le altre cose al pari di se stesso, dalle idee di Alessandro di Afrodisia e di Sant’Agostino che mettono in luce il carattere riflesso dell’esperienza cosciente ed il fatto che essa si pone come garante di se stessa, maggiormente evidente infine nel cogito ergo sum cartesiano. La prima idea che si è sviluppata nei secoli dunque riguarda la relazione tra il contenuto dell’esperienza e la coscienza su cui esso insiste (Dentale e Gennaro, 2005), ed il fatto che la coscienza è consapevolezza intesa come presenza della mente a se stessa attraverso gli atti psichici coscienti (autoconsapevole). In tali atti si esprime uno stretto legame tra coscienza ed i suoi contenuti che viene trattato in particolare da Brentano (1874) nella “in-esistenza intenzionale” degli atti psichici. Egli sosteneva che in qualsiasi atto psichico (immaginare, ricordare, desiderare..ecc.) il soggetto “protende verso” l’oggetto, cioè la coscienza si riferisce sempre ad un qualche oggetto, in altre parole la coscienza è sempre coscienza di qualcosa. Alla stretta interdipendenza tra coscienza che concepisce e oggetto concepito di Brentano (ibidem), Sartre (1943) aggiunge che ogni atto cosciente è al tempo stesso coscienza di sé. Gli atti coscienti hanno al loro interno un Sé sempre presente in modo implicito che permette l’emersione di uno o più oggetti come posizionati nel mondo. Le intenzioni della coscienza sono dirette e assorbite nell’oggetto che emerge come protagonista, ma allo stesso tempo la coscienza si rivolge in modo preriflessivo a sé stessa. Sartre (ibidem) contrappone la coscienza di Sé implicita e preriflessiva presente in ogni atto cosciente al concetto di autocoscienza basato sul pensiero riflessivo. L’autoconsapevolezza riflessiva consente alla coscienza di prendere se stessa come suo oggetto trascendente però ciò non riesce a spiegare il riferimento al Sé proprio di ogni atto cosciente, dunque la coscienza di Sé preriflessiva è il solo modo di esistere per una coscienza di qualcosa (Sarte, ibidem). Damasio (1999) da un punto di vista neurobiologico ritiene che alla base della coscienza ci sia una stretta relazione tra processi neurobiologici che conducono all’esperienza di sé e quelli legati all’elaborazione degli oggetti e quindi non può esserci coscienza di qualcosa senza che ci sia anche un senso di sé presente in qualche modo.
· L’unità nell’eterogeneità della coscienza ed il rapporto coscienza-memoria
Nel corso dei secoli si è consolidata l’idea che l’esperienza cosciente racchiuda in un singolo stato un numero molto elevato di informazioni che si integrano tra loro ma si mantengono anche nella loro singola individualità. James (1890) considerava tale contrapposizione una problematica che considerava una delle funzioni fondamentali dell’esperienza cosciente. La coscienza cioè da un lato è piena di elementi eterogenei tra loro che corrispondono ai singoli elementi dell’esperienza, e dall’altro è misteriosamente unitaria. Attualmente Edelman e Tononi (2000) hanno sviluppato una vera e propria teoria scientifica che considera la coscienza unitaria ed allo stesso tempo informativa, evidenziando come in ogni atto percettivo consapevole avvenga un confronto tra le elaborazioni sensoriali degli stimoli e le categorie mnestiche attivate da tali elementi, che Edelman (1989) chiama presente ricordato.
· Livelli e stati di coscienza.
Le prime trattazioni risalgono agli albori del pensiero occidentale ed oggi assumono un ruolo importante in Leibniz (2000) in Nuovi saggi sull’intelletto umano. Egli considerava la coscienza come la capacità di focalizzarsi su certi elementi dell’esperienza perdendone altri, una sorta di ristrettezza dell’intelletto rispetto agli stimoli ambientali. Il rapporto tra le percezioni coscienti e le possibilità della sensibilità umana mise chiaramente in luce la possibile esistenza di vari gradi di consapevolezza dei fenomeni. Le capacità di risoluzione e di differenziazione del pensiero è tanto minore quanto più il livello di consapevolezza si abbassa. I contributi della psicologia cognitiva metteranno successivamente in luce le connessioni tra coscienza, attenzione e pensiero simbolico. In particolare verrà sottolineata la distinzione tra processi impliciti, automatici ed in parallelo, fuori dal focus attentivo, ed i processi espliciti, deliberati e seriali, all’interno focus attentivo (Kihlstrom, 1999; Dentale e Gennaro, 2003).
· Il problema mente-corpo
Gli studiosi di diverse afferenze disciplinari come psicologi, filosofi della mente, studiosi di intelligenza artificiale, neuroscienziati, fisici ed ingegneri si sono occupati del problema mente-corpo senza raggiungere una nota chiarezza. E’ possibile indagare comunque tre orientamenti principali rispetto all’indagine sul concetto di mente-corpo (Di Francesco, 2000): l’eliminativismo, l’antiriduzionismo ed il funzionalismo. Le diverse posizioni filosofiche si distinguono nella differenziazione tra coscienza intesa in senso fenomenico e consapevolezza intesa in senso funzionale (Chalmers, 1996). Per coscienza fenomenica si intende la qualità soggettiva dell’esperienza in prima persona, cioè il vissuto soggettivo di un atto psichico cosciente. Al contrario per consapevolezza funzionale si intende il ruolo svolto da un determinato processo mentale all’interno di un flusso elaborativo che va dall’input all’output. Gli eliminativisti negano l’esistenza della coscienza fenomenica, i funzionalisti riducono quella funzionale ed altri sostengono che la coscienza non può essere né negata né ridotta ad un ruolo meramente funzionale. La coscienza in psicologia cognitiva Il tema della coscienza in psicologia cognitiva viene trattato studiando la consapevolezza ed i suoi ruoli funzionali più che la coscienza intesa in senso fenomenico (Chalmers, ibidem). La coscienza viene dunque esplorata più nel “cosa fa” che nel “come è”, ed nel rapporto con altri sistemi cognitivi quali la percezione, l’attenzione, la memoria, l’apprendimento, la motivazione e così via. E’ infatti sempre più presente una concezione multimodale dell’esperienza cosciente causata dall’integrazione o dalla collaborazione tra più sistemi cognitivi contemporaneamente. Un’altra precisazione necessaria rispetto alla psicologia cognitiva contemporanea riguarda l’utilizzo di termini “implicito” vs. “esplicito” piuttosto che “consapevole” vs. “inconsapevole”. Questa scelta è legata ad alcuni gravosi problemi metodologici che nascono non appena si vuole utilizzare uno strumento di misura della consapevolezza di un qualche contenuto/processo mentale. “Le esperienze implicite sono processi che, sebbene facciano parte della coscienza, si manifestano con un basso e/o bassissimo livello di lucidità consapevole. In altri termini, esse si situano nella zona periferica della coscienza piuttosto che nella zona foveale, e si celano nello sfondo della nostra esperienza piuttosto che emergere come figure salienti. Tali processi quindi richiedono tipicamente una scarsa spesa di risorse attentive, sono difficilmente identificabili a livello introspettivo, emergono come pensieri a basso grado di simbolizzazione e per tali motivi sono difficilmente esprimibili attraverso il linguaggio. Per essere più precisi dobbiamo dire che le esperienze implicite si pongono su un continuum che va da un minimo ad un massimo grado di lucidità consapevole. Al di sotto del minimo non emerge alcuna esperienza dai processi cerebrali e mentali in atto, mentre al di sopra del massimo il contenuto diventa parte dell’esperienza esplicita (Dentale e Gennaro 2003)”. Per quanto riguarda la misurazione le ricerche che utilizzano misure implicite, proliferano sostanzialmente su basi metodologiche ed empiriche piuttosto che su chiare basi teoriche. E’ importante sottolineare dunque che, per rilevare la presenza di un processo inconscio, è necessario assicurarsi che esso non sia consapevole; in altri termini, questo significa che per studiare un processo inconscio bisogna costruire delle misure che ne rilevino il grado di consapevolezza. Studiare la coscienza implica cioè la definizione di ciò che non è conscio. Il criterio distintivo si basa sulla riferibilità; da questo punto di vista un contenuto è ritenuto cosciente se è in qualche modo verbalizzabile (Eriksen, 1963). In virtù di questo criterio sono nate le misure dirette, volte a misurare tutti e soltanto i contenuti consapevoli, e le misure indirette, volte a misurare tutti e soltanto i contenuti inconsapevoli, utilizzate nello studio del costrutto empiricamente. E’ interessante a questo punto la concettualizzazione fornita da Greenwald e Banaji (1995) su un processo/contenuto implicito che “è una traccia di esperienza del passato che, pur non essendo stata identificata a livello introspettivo (o non adeguatamente identificata), influenza una certa risposta R che il soggetto produce nel dispiegarsi dell’azione (ibidem)”. Nella loro concettualizzazione la coscienza prende forma relativamente alle dimensioni automatiche, preattentive o inconsapevoli della mente. In particolare in riferimento ai sistemi di memoria e di attenzione, essi sostengono che quando le tracce mnestiche implicite sono debolmente attivate da uno stimolo esterno allora i processi attentivi coscienti agiscono mettendo in atto delle strategie che interferiscono con i processi automatici. Al contrario quando gli stimoli impliciti sono chiaramente codificati cognitivamente allora il giudizio conscio può anticipare e compensare le eventuali influenze dei processi automatici. Sempre negli anni novanta Umiltà (1994) ha messo in luce come studiosi della memoria e studiosi dell’attenzione abbiano raggiunto concettualizzazioni analoghe sui processi di coordinazione e selezione attentiva e sulla coscienza intesa funzionalmente. Baddeley (1990) in particolare ha descritto il sistema di memoria di lavoro che come un magazzino di informazioni volatile, cioè a breve termine, riesce a gestire e manipolare informazioni. Esso è costituito da altre tre componenti tra cui il taccuino visuospaziale, per informazioni tipo immagini, il circuito fonologico, per le informazioni verbali, e l’esecutivo centrale, supervisore e gestore delle due unità. Questo sistema permette a due o più elementi di confrontarsi contemporaneamente nella valutazione di un dato evento dando vita ad una forma di pensiero operativo complessa. La capacità di tenere in memoria più informazioni contemporaneamente significa per il pensiero operativo valutare più informazioni della realtà e creare connessioni o categorizzazioni nuove. L’esecutore centrale decide come investire la disponibilità di risorse attentive sui contenuti che possono in questo modo emergere o rimanere silenti nella coscienza. In modo simile Shallice (1988) sostiene che la maggior parte dei processi di elaborazione dell’informazione avvenga senza consapevolezza ma agiscono facilitando l’attivazione di risposte comportamentali che sono in competizione tra loro. La preattivazione di uno “schema di risposta automatico”, o script, che permette l’inibizione o l’attuazione di una determinata risposta comportamentale, viene gestita dal Sistema Attenzionale Supervisore (SAS). Il SAS può agire sui livelli di attivazione degli schemi di risposta verso le richieste ambientali e ciò avviene molto spesso in modo involontario, cioè inconsapevole. Dixon (1981) sostiene che esista anche un supervisore inconscio che affianca quello cosciente. Umiltà (1994) al contrario considera lo spostamento involontario dell’attenzione come mediato da processi coscienti non pienamente focalizzati da un punto di vista attentivo. Similmente ad Umiltà (ibidem), Hilgard (1977) utilizza il concetto di sistema di controllo per descrivere dal punto di vista della cibernetica, il meccanismo che riceve informazioni ed invia risposte per raggiungere determinati obiettivi o scopi, in conformità alle regole implementate dal programmatore. Secondo Hilgard (ibidem) la coscienza svolge due funzioni principali che riguardano il monitoraggio e l’esecuzione di un determinato comportamento. Essa, come per Shallice, ha la possibilità di influire sulle decisioni comportamentali, e monitora continuamente l’azione avvalendosi in tal modo dell’ apprendimento di nuove risposte comportamentali.

La coscienza nelle neuroscienze
Le neuroscienze studiano il pensiero cosciente/non cosciente sia ad un livello di macro che di microanatomia del sistema nervoso cercando nei distretti neurofisiologici delle spiegazioni che danno adito a due teorie principali che sono quelle localizzazionistiche e quelle olistiche. La coscienza nasce dunque dall’attività di particolari zone cerebrali che rendono l’esperienza consapevole. Shacter (1990) introduce con il modello DICE (Dissociable Interactions and Conscious Experience), la possibilità che i processi deputati all’identificazione ed al riconoscimento consapevole, cioè alla consapevolezza di informazioni provenienti da domini differenti, sono distinti da quei sistemi modulari che operano su informazioni percettive, linguistiche, o di altri tipi. In particolare l’esperienza consapevole di percepire, sapere, ricordare, richiede l’attivazione di un particolare sistema, il CAS (Conscious Awareness System), che interagisce con i sistemi modulari deputati all’elaborazione delle informazioni. L’attivazione del singolo modulo in se stessa non è sufficiente a produrre consapevolezza dell’informazione attivata, e per questo occorre un’interazione con il CAS. Schacter precisa che il ruolo del CAS non risolve il problema della coscienza, ma rappresenta una modalità utile ad illustrare la necessità di un processamento oltre il livello modulare ai fini della consapevolezza. Tale modello è stato inizialmente proposto nello studio della relazione tra memoria e consapevolezza fenomenica. Un altro modello interessante ai fini del funzionamento della coscienza è quello elaborato da Bisiach et al. (1990) proposto inizialmente per dare una spiegazione ad alcuni disturbi neuropsicologici come l’anosognosia per l’emiplegia e l’emianopsia. Il modello postula l’esistenza di una distinzione tra moduli periferici specifici per modalità (visiva, tattile, uditiva) responsabili dell’elaborazione degli stimoli sensoriali, e moduli di monitoraggio, anch’essi specifici per modalità, che valutano lo stato di ogni specifica funzione periferica. Le attività cognitive di alto livello hanno anch’esse un sistema di monitoraggio specifico. L’anosognosia ad esempio è interpretata dagli autori come un “disordine modalità-specifico del pensiero”, risultante da un danno a questi moduli di monitoraggio. Un modulo è composto da 4 livelli, e al suo interno sono implementati due tipi di rappresentazioni che riguardano 1)l’integrazione degli input sensoriali e 2)quelle generate internamente, derivate da informazioni precedenti, o immaginative. Dal momento che non viene postulata l’esistenza di un sistema centrale di monitoraggio, sovraordinato, sovramodale, tale modello predice la possibilità di trovare un disturbo modalità-specifico della coscienza, o un disturbo della consapevolezza della condizione corporea. Esso però sembrerebbe causato da un danno al modulo specifico di monitoraggio, che non ha a che vedere con un disordine generalizzato della coscienza. Il problema sarebbe, perciò, quello di conciliare la contemporanea disunità e unità della coscienza (Gray, 1995). La soluzione proposta da Gray è che il sistema ippocampale, centro della coscienza, raccoglie informazioni da tutte le aree specializzate della corteccia e poi la ridistribuisce alle stesse aree che l’hanno originariamente elaborata. Dal momento che la struttura cerebrale sottesa è unica ciò provoca l’unitarietà della esperienza cosciente, che mediante stretti collegamenti bidirezionali con molte aree corticali rende i contenuti della coscienza molto vari. Un altro autore che ha contribuito alla definizione della coscienza da un punto di vista neuropsicologico è Damasio (1999). Egli ha suddiviso la coscienza tra due livelli, in nucleare ed estesa sottolineando il legame tra coscienza e Sé e tra contenuto ed atto consapevole. Secondo lo studioso la coscienza ha un precursore che definisce proto-Sé che è una collezione coerente di configurazioni che formano istante per istante le mappe dello stato della natura fisica dell’organismo e le sue numerose dimensioni. La coscienza nucleare esprime la capacità di un oggetto cosciente di riferirsi sempre a colui che lo esperisce, capacità frutto di una mappatura di secondo ordine tra proto-Sé e rappresentazione dell’oggetto. In essa vengono prodotte rappresentazioni dell’influenza causale che ha l’oggetto sui cambiamenti relativi all’organismo. Si tratta di una relazione causale fra oggetti dell’esperienza e cambiamenti corporei legati ad essi, che appartiene a diverse mappe in grado di far emergere il Sé-nucleare. In altre parole si può dire che la coscienza nucleare sia un processo riferito ad una configurazione neurale e mentale che riunisce sia le mappature relative all’oggetto che quelle relative all’organismo che quelle relative alla relazione tra i due. Ma il senso di sé dell’uomo va oltre al concetto di coscienza nucleare. L’identità infatti va oltre il flusso continuo della coscienza così intesa; Damasio (1999) sostiene infatti che attraverso l’esperienza si sviluppi infatti un Sé autobiografico che immagazzina esperienze e conduce ad un senso di passato e futuro che ci permette di immaginarci su una linea temporale sempre più ampia attraverso la memoria autobiografica. Risulta chiaro così come la coscienza estesa è frutto della capacità di trattenere assieme nella memoria operativa il senso di sé, gli oggetti dell’esperienza e gli oggetti presenti nella memoria autobiografica (Damasio, ibidem, in Dentale e Gennaro, 2005, p. 39). Altri autori che negli ultimi dieci anni hanno tentato di dare una risposta neurofisiologica e cognitiva alla modularità ed alle interconnessioni che rendono unica la coscienza sono sicuramente Edelman e Tononi (2000). Essi considerano la coscienza sia intesa come forma unitaria ed eterogenea di monitoraggio delle informazioni, sia come frutto di alcuni processi dinamici che danno luogo al cosiddetto nucleo dinamico. In altre parole essi ritengono che l’unità nell’eterogeneità sia merito di processi dinamici non localizzabili in un punto del cervello bensì siano frutto dell’architettura rientrante del sistema talamo-corticale. Gli autori propongono una classificazione neuroanatomica dei processi coinvolti suddivisi tra sistema talamo-corticale, con fibre altamente rientranti, sistema di anelli polisinaptici, che dalla corteccia arrivano a sistemi sottocorticali e vi ritornano, e sistemi di valore posti in zone centrali del cervello che influenzano diffusamente molte aree cerebrali. Per essere più chiari potremmo dire che il sistema talamo-corticale avente molte fibre collegate tra loro permette a molte zone lontane tra loro di formare “aggregati funzionali dinamici” che scaricano sincronicamente in zone diverse del sistema. Secondo gli studiosi questi processi offrono una descrizione neurobiologica della coscienza ipotizzando la presenza di un nucleo dinamico (aggregato funzionalmente e complesso) di attivazione neurale, continuamente in cambiamento, e in grado di offrirci una spiegazione del flusso unitario ed eterogeneo dell’esperienza consapevole (in Dentale e Gennaro, 2005, p.32). Al contrario secondo altri autori come ad esempio LeDoux (2002) esistono delle zone del nostro sistema nervoso deputate specificamente all’elaborazione cosciente. In altre parole egli sostiene che le aree prefrontali del cervello siano zone ad alto livello di convergenza che rendono possibile una funzione di sintesi della coscienza.

Bibliografia
· Damasio, A.R.(1999), The feeling of what happens: body and emotion in the making of consciousness, San Diego, Calif., Harcout; trad. it. Emozione e coscienza, Milano, Adelphi, 2000; · Dentale, F. e Gennaro, A. (2003), Processi mentali impliciti: teorie, metodi ed orientamenti di ricerca, Milano, Franco Angeli;
· Dentale e Gennaro (2005), Inconscio: fra ricerca clinica e scienza cognitiva. Bologna, Il mulino;
· Edelman, G.M. e Tononi, G. (2000), A universe of consciousness, New York, Basic Books; trad. it. Un universo di coscienza, Torino, Einaudi, 2000.

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