L’invidia

ottobre 26, 2011 by · Leave a Comment
Filed under: Psicopatologia 

L’invidia è un’emozione che nasce dal confronto che fa A invidioso di uno scopo S compromesso, invece realizzato da B invidiato. La tipologia di scopi riguarda il potere, l’immagine o l’autoimmagine. L’invidia si esprime con:

Il confronto di potere di A con B rispetto ad S
L’esito negativo per A di tale confronto (A ha meno potere di B)
Il malanimo di A verso B, associato ad S, che B non raggiunga tali scopi.

E’ importante precisare che B potrebbe non avere lo scopo di trovarsi nello stato desiderato di A, oppure non vorrebbe trovarcisi; in altre parole l’invidia è rivolta anche a scopi ipotetici che B sarebbe in grado di raggiungere. Lo scopo inoltre è identico in A e B.

Il malanimo di A è il sentimento di uno scopo ultimo (o terminale) di tipo aggressivo nei confronti di B. [Talvolta lo scopo S di A è di non avere meno potere di B e può riguardare una classe di scopi sovraordinati i quali generano concorrenza tra gli scopi S di A e S di B ad uno dei livelli di S.] Questi scopi sono molto vicini all’immagine, all’autoimmagine ed agli scopi a queste connessi.

Gli scopi la cui frustrazione provoca invidia, dunque, sono il potere, l’immagine e l’autoimmagine.

Per quanto riguarda invece “chi” invidiare, normalmente la scelta ricade con più facilità sulla persona più vicina in termini spazio-temporali, di età, genere e reputazione. Conoscere la persona invidiata favorisce certo l’attivarsi dell’emozione “invidia” perché rende maggiormente disponibile il confronto di potere e di conseguenza i pensieri collegati alla possibilità di vedere compromessa la propria immagine. Le persone più vicine sono anche quelle che hanno scopi e potere simili. I correlati neurovegetativi dell’invidia sono in pratica assimilabili alla rabbia (=pensiero: “non è giusto che B abbia raggiunto S”) e alla frustrazione di uno scopo, e si evidenziano nell’ arousal e nell’aumento della frequenza cardiaca.

Bibliografia

**Catelfranchi, Miceli (2002), Fondamenti di cognitivismo clinico, Bollati Boringhieri.

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

Avrei dovuto perdonarlo? LA TERAPIA DEL PERDONO

dicembre 17, 2010 by · Leave a Comment
Filed under: Psicopatologia 

Il perdono può anche non avere una connotazione religiosa.
Il perdono in psicologia:

  1. Non è riconciliazione: chi ha subito un torto (offeso) può sviluppare pensieri di compassione e sentimenti benevoli, perchè non occorre la riconciliazione. In altre parole il perdono a differenza della riconciliazione è un processo unilaterale;
  2. Non è dimenticare: si può ricordare l’offesa senza esserne sopraffatto, senza lasciarsi andare in ruminazioni, riconoscendo il dolore, la sofferenza e darsi la possibilità di dare senso a qualcosa di positivo.
  3. Non dipende dalla volontà dell’offensore di pentirsi: egli può continuare ad offendere, non riconoscere l’offesa o negarla deliberatamente.
  4. E’ un processo di cambiamento: l’offeso diventa meno negativamente o più positivamente disposto verso chi gli ha fatto del male. Tali cambiamenti emotivi, cognitivi e comportamentali inducono un atteggiamento meno vendicativo, evitante e più benevolo verso l’offensore.
  5. E’ sempre possibile.

La terapia del perdono corrisponde all’elaborazione di un’esperienza nella quale siamo stati feriti ed ha l’obiettivo finale di perdonare l’aggressore e perciò di migliorare il benessere dell’offeso. Ciò avviene attraverso l’espressione della rabbia, la rappresentazione empatica dell’offeso, il prendere in considerazione la possibilità di perdonare, e l’approfondimento dei sentimenti del perdonare.

Ma allora cos’è il perdono?
Secondo Enright e Worthington il perdono implica:

  • Il ricordo di episodi in cui avremmo avuto bisogno di essere perdonati per un offesa e non abbiamo ricevuto perdono.
  • Il riconoscimento della propria fallibilità.
  • La necessità di assumere una prospettiva “umile”.

Riferimenti bibliografici
Enright, R. & Coyle, C. (1998). Researching the process model of forgiveness with psychological interventions. In E. Worthington (Ed.) Dimensions of forgiveness: Psychological research and theological perspectives (pp. 139-161). Philadelphia, PA: Templeton Foundation Press.

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

L’ "altro" è il motore della coscienza

aprile 26, 2010 by · Leave a Comment
Filed under: Attaccamento, Coscienza, Dissociazione, Psicopatologia 

Dalla metà dell’800 Jackson contribuì attraverso i suoi studi di neurologia e psicopatologia allo studio del cervello e della mente definendoli “organizzati gerarchicamente”. In altre parole essi sono organizzati in strati in progressivo sviluppo e complessità, ognuno sovraordinato al precedente, il quale in termini evoluzionistici sarebbe più arcaico e funzionalmente più automatico.
L’uomo condivide con gli altri mammiferi delle motivazioni specifiche al contesto che derivano dall’interazione tra l’organismo e l’ambiente. Esse funzionano come sistemi modulari atti a risolvere uno specifico problema biologico o biosociale, alla stregua di un adattamento darwiniano classico ottenuto per variazione e selezione naturale. Tali sistemi si attivano uno alla volta quando una specifica meta viene ostacolata e smettono di attivarsi non appena viene raggiunto l’obiettivo.
Essi sono:

  • sistema dell’attaccamento: si attiva per paura (da separazione), collera (protesta), tristezza, disperazione, distacco emozionale e si disattivano per conforto, gioia, sicurezza, fiducia, amore di tipo filiale.
  • sistema dell’accudimento: si attiva per compassione, colpa, ansiosa sollecitudine e si disattiva per tenerezza protettiva, gioia, amore di tipo genitoriale.
  • sistema sessuale: si attiva per pudore, paura del rifiuto, gelosia, e si disattiva per il raggiungimento del desiderio erotico, piacere erotico, amore erotico.
  • sistema di rango: si attiva per paura (da giudizio), vergogna, umiliazione, tristezza (da sconfitta), invidia e si disattiva con l’espressione di collera (da sfida), trionfo, potenza, orgoglio, disprezzo verso lo sconfitto, sentimento di superiorità.
  • sistema cooperativo: si attiva per colpa, rimorso, isolamento, sfiducia, risentimento e si disattiva con l’empatia, la lealtà reciproca, gioia da condivisione, fiducia, amore amicale.

Ogni sistema è accompagnato dall’esperienza emotiva che caratterizza l’azione di due persone che si incontrano e i motivi sottostanti all’emozione e all’azione. L’esperienza emotiva è il primo momento dell’attività dei sistemi motivazionali (la motivazione a ) che possiede la qualità di coscienza. Il rivolgersi e l’andare verso l’altro, o intersoggettività, è una meta costante per l’uomo, dall’Homo Sapiens, e su di essa si impiantano per fasi di diversa durata i sistemi sopra menzionati. L’attività della motivazione intersoggettiva a livello nervoso è perciò tonica e non procede per fasi e questo è testimoniato dagli studi che evidenziano la relazione tra intersoggettività e coscienza di ordine superiore(Edelman, 1989; Liotti, 1994/2005).
“Il tipo di coscienza esclusivamente umana richiede per sussistere un dialogo esterno o interiorizzato con un interlocutore concreto oppure potenziale. [...]
Se la coscienza emerge solo dal confronto fra sè e l’altro interiorizzato, allora la dimensione dell’intersoggettività è sempre presente finchè si è coscienti, anche se l’intensità, la compiutezza, e l’estensione della condivisione dell’esperienza possono variare notevolmente.
Quando ci sembra di non potere o volere condividere durevolmente l’esperienza soggettiva con nessun altro essere umano, allora la coscienza si intorbida e si altera, ma, fino a quando sussiste, è sostenuta da un tono intersoggettivo, anche se talmente tenue da somigliare alla debolissima contrattura tonica di un muscolo abbandonato all’inerzia del sonno.
Finchè siamo svegli siamo sempre anche nei momenti di attività solitaria in attesa di uno scambio intersoggettivo
.” (in Liotti, Monticelli, 2008, pp.30)

Riferimenti bibliografici
*Liotti, Monticelli (a cura di) [2008], I sistemi motivazionali nel dialogo clinico, Raffaello Cortina Editore, Milano.

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

Ansia, Panico, Anxiety Sensitivity

dicembre 4, 2009 by · Leave a Comment
Filed under: Disturbo di Panico 

L’ansia è un’emozione i cui ingredienti cognitivi corrispondono al timore per una potenziale minaccia ed ha la funzione preparatoria per il panico. In tal senso corrisponde ad un’attivazione anticipatoria che implica processi cognitivi, emotivi, e fisiologici, questi ultimi tipici del sistema nervoso autonomo. A livello subcorticale coinvolge l’amigdala centrale e la sostanza grigia ventrale, che mediano il freezing. Essa può avere caratteristiche funzionali e disfunzionali; se disfunzionali l’ intensità, la durata, la frequenza sono eccessive e si attiva per stimoli incongruenti.
A differenza dell’ansia il panico è uno stato emotivo indirizzato alla gestione di un evento temuto ‘in atto’, e manifesta reazioni differenti dall’ansia sia quantitativamente che qualitativamente. Esse corrispondo agli ingredienti cognitivi della paura di perdere il controllo, di impazzire, di morire, al fenomeno della derealizzazione ecc., e sono legate ad un senso soggettivo di estrema paura o di morte imminente, un intenso arousal autonomico e alla tendenza comportamentale di fuga o di lotta. Le espressioni fisiologiche sono infatti la tachicardia, i tremori, l’iperventilazione, sensazione di svenimento, vampate di calore ecc. A livello subcorticale coinvolge la sostanza grigia dorsolaterale e i collicoli superiori che mediano dei comportamenti difensivi più attivi quali appunto i comportamenti di fuga e di lotta.
L’Anxiety Sensitivity (AS) è invece un costrutto che si riferisce alla ‘paura delle sensazioni legate all’arousal neurovegetativo’. Esso deriva dalle credenze sulle conseguenze negative delle sensazioni di arousal autonomico come le palpitazioni, la parestesia, sudorazione, la dispnea o la sensazione di soffocamento, la sensazione di asfissia, il dolore o fastidio al petto, i tremori, le difficoltà di concentrazione, la confusione mentale, la derealizzazione. Queste sensazioni, che si verificano durante l’attivazione ansiosa, possono essere presenti anche in caso di malattie fisiche, di ingestione di caffeina, ecc. In particolare le persone con una bassa Anxiety Sensitivity ritengono che le sensazioni legate all’attivazione siano fastidiose, ma non pericolose, mentre quelle con un’alta Anxiety Sensivity manifestano credenze catastrofiche riguardo le sensazioni legate all’arousal ansioso. Tali soggetti inoltre sono convinti che le sensazioni legate all’ansia possano essere molto pericolose e produrre conseguenze connesse alla morte o a malattie fisiche, alla perdita di controllo mentale e alla pazzia, all’umiliazione e all’ostracismo sociale. Pertanto un’alta Anxiety Sensitivity sembra essere collegata ad una maggiore probabilità di esperire attacchi di panico.

E' interessante? Informa i tuoi amici con..

Pagina successiva »