Il cervello di chi medita è davvero diverso? Intervista ad un monaco buddhista e ad uno scienziato cognitivo

L’intervista di A. Gentile di Radio3 Scienza a Ajahn Chandapalo, abate del convento buddista Santacittarama di Rieti, e Antonino Raffone, psicologo cognitivo dell’università La Sapienza di Roma. La domanda che pone l’intervistatore è “..il cervello di chi medita è davvero diverso?”
Ascolta l’ intervista completa, molto interessante!

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L’ "altro" è il motore della coscienza

aprile 26, 2010 by · Leave a Comment
Filed under: Attaccamento, Coscienza, Dissociazione, Psicopatologia 

Dalla metà dell’800 Jackson contribuì attraverso i suoi studi di neurologia e psicopatologia allo studio del cervello e della mente definendoli “organizzati gerarchicamente”. In altre parole essi sono organizzati in strati in progressivo sviluppo e complessità, ognuno sovraordinato al precedente, il quale in termini evoluzionistici sarebbe più arcaico e funzionalmente più automatico.
L’uomo condivide con gli altri mammiferi delle motivazioni specifiche al contesto che derivano dall’interazione tra l’organismo e l’ambiente. Esse funzionano come sistemi modulari atti a risolvere uno specifico problema biologico o biosociale, alla stregua di un adattamento darwiniano classico ottenuto per variazione e selezione naturale. Tali sistemi si attivano uno alla volta quando una specifica meta viene ostacolata e smettono di attivarsi non appena viene raggiunto l’obiettivo.
Essi sono:

  • sistema dell’attaccamento: si attiva per paura (da separazione), collera (protesta), tristezza, disperazione, distacco emozionale e si disattivano per conforto, gioia, sicurezza, fiducia, amore di tipo filiale.
  • sistema dell’accudimento: si attiva per compassione, colpa, ansiosa sollecitudine e si disattiva per tenerezza protettiva, gioia, amore di tipo genitoriale.
  • sistema sessuale: si attiva per pudore, paura del rifiuto, gelosia, e si disattiva per il raggiungimento del desiderio erotico, piacere erotico, amore erotico.
  • sistema di rango: si attiva per paura (da giudizio), vergogna, umiliazione, tristezza (da sconfitta), invidia e si disattiva con l’espressione di collera (da sfida), trionfo, potenza, orgoglio, disprezzo verso lo sconfitto, sentimento di superiorità.
  • sistema cooperativo: si attiva per colpa, rimorso, isolamento, sfiducia, risentimento e si disattiva con l’empatia, la lealtà reciproca, gioia da condivisione, fiducia, amore amicale.

Ogni sistema è accompagnato dall’esperienza emotiva che caratterizza l’azione di due persone che si incontrano e i motivi sottostanti all’emozione e all’azione. L’esperienza emotiva è il primo momento dell’attività dei sistemi motivazionali (la motivazione a ) che possiede la qualità di coscienza. Il rivolgersi e l’andare verso l’altro, o intersoggettività, è una meta costante per l’uomo, dall’Homo Sapiens, e su di essa si impiantano per fasi di diversa durata i sistemi sopra menzionati. L’attività della motivazione intersoggettiva a livello nervoso è perciò tonica e non procede per fasi e questo è testimoniato dagli studi che evidenziano la relazione tra intersoggettività e coscienza di ordine superiore(Edelman, 1989; Liotti, 1994/2005).
“Il tipo di coscienza esclusivamente umana richiede per sussistere un dialogo esterno o interiorizzato con un interlocutore concreto oppure potenziale. [...]
Se la coscienza emerge solo dal confronto fra sè e l’altro interiorizzato, allora la dimensione dell’intersoggettività è sempre presente finchè si è coscienti, anche se l’intensità, la compiutezza, e l’estensione della condivisione dell’esperienza possono variare notevolmente.
Quando ci sembra di non potere o volere condividere durevolmente l’esperienza soggettiva con nessun altro essere umano, allora la coscienza si intorbida e si altera, ma, fino a quando sussiste, è sostenuta da un tono intersoggettivo, anche se talmente tenue da somigliare alla debolissima contrattura tonica di un muscolo abbandonato all’inerzia del sonno.
Finchè siamo svegli siamo sempre anche nei momenti di attività solitaria in attesa di uno scambio intersoggettivo
.” (in Liotti, Monticelli, 2008, pp.30)

Riferimenti bibliografici
*Liotti, Monticelli (a cura di) [2008], I sistemi motivazionali nel dialogo clinico, Raffaello Cortina Editore, Milano.

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Inconscio tra scienza cognitiva e neuroscienze. Riferimenti

settembre 26, 2009 by · Leave a Comment
Filed under: Coscienza 

Inconscio tra scienza cognitiva e neuroscienze from drssa Pagnanini on Vimeo.

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La cognizione sociale implicita…automatismi di tutti i giorni!

maggio 11, 2009 by · Leave a Comment
Filed under: Coscienza 
Secondo Bargh [1997] lo scopo della cognizione sociale è quello di focalizzarsi sulle determinanti ambientali del pensiero, delle emozioni e delle azioni nella loro inevitabile e naturale automaticità. Attualmente egli sostiene che la maggior parte della vita di ogni giorno, e quindi pensieri, emozioni, azioni, sia automatica nella misura in cui sia guidata da caratteristiche presenti nell’ambiente (es. persone, oggetti, comportamenti, ambienti, ruoli, norme, ecc.) e da processi automatici coscienti non mediati da scelte consapevoli o riflessioni. Da qui l’interesse verso i ‘processi cognitivi automatici’: un fenomeno mentale automatico si presenta di riflesso ogni volta che determinate condizioni scatenanti hanno luogo indipendentemente da un controllo cosciente. Emerge che teoria e ricerca, sia in psicologia sociale che nello studio dell’automaticità, pongono al centro del loro interesse l’individuazione e la spiegazione delle relazioni se-allora tra eventi ambientali e circostanze da un lato, ed effetti cognitivi, emotivi e comportamentali dall’altro. La natura essenziale delle precondizioni (i se) può variare in modo tale che alcune richiedano unicamente un evento scatenante, allontanandosi da ogni tipo di predisposizione attentiva, motivazionale e/o scopo. Questi sono quelli che Bargh chiama processi automatici precoscienti, o pre-attentivi, distinti dalle forme di automaticità post-cosciente (effetti di priming) e scopo-dipendente (processi automatici ed autonomamente avviati da un’intenzione prestabilita). La tipicità delle precondizioni, incluse le cognizioni interne, stabilirà conseguentemente il relativo tipo di automaticità del fenomeno. Per quanto riguarda i processi sociali quindi, Bargh [ibidem] assegna un ruolo determinante ai processi automatici, piuttosto che coscienti o controllati, aprendo la strada allo studio di processi impliciti di tipo “percettivo, valutativo e motivazionale”. Gli effetti pre-attentivi (o automatici precoscienti) della percezione sociale sono messi in atto nel formarsi di impressioni e negli stereotipi, nel primo caso influendo sulla categorizzazione e sulla spiegazione del comportamento degli individui, nel secondo in base a quanto è frequentemente e consistentemente attivato lo stereotipo. Come gli stereotipi, il concetto di Sé riguarda l’attivazione automatica di tratti, però inclusi in una collezione di concetti intercorrelati di stimoli sé-rilevanti, che intervengono influendo sulle emozioni e sulla percezione del sé. Per quanto riguarda la valutazione pre-attentiva esistono invece due preponderanti linee-guida: la prima che considera i contenuti emozionali delle espressioni facciali influenti sulla percezione dell’individuo-target [Murphy & Zajonc 1993], mentre la seconda la messa in atto di atteggiamenti fuori da riflessioni o scopi verso oggetti sociali e dalla presentazione dell’oggetto dell’atteggiamento [Bargh, Chaiken, et al. 1992]. Attraverso ricerche attinenti, inoltre, è stata scoperta un’importante dissociazione tra l’elaborazione pre-attentiva e quella cosciente, per cui i processi emozionali risultano essere elaborati in modo immediato e non consapevole da un circuito separato [Murphy & Zajonc 1993]. Gli scopi e le motivazioni , come compiti frequentemente e consistentemente perseguiti in una data situazione, vengono chiaramente trattati nella letteratura dell’apprendimento come capaci di operare autonomamente e senza l’aiuto della guida cosciente. L’attivazione dello scopo, o goal, che muove all’azione, risiede nel nodo più alto del sistema diretto allo scopo, al di sotto del quale sono comprese strategie e processi diversi. Il modello ”automotivazionale” dell’azione orientata allo scopo [Bargh 1990] spiega che l’input che trasforma lo scopo in azione può soggiacere ed essere rimosso dalla scelta cosciente, se ripetutamente associato con una serie specifica di caratteristiche ambientali. Il punto d’inizio e la rappresentazione dell’ambiente possono essere elaborati insieme se la rappresentazione della situazione e lo scopo in questione sono attivati per più volte insieme [Hayes-Roth 1977; Hebb 1948]. Diversi studi sostengono l’ipotesi che l’attivazione di uno scopo possa operare al di fuori della consapevolezza e perciò influenzare inconsciamente l’elaborazione. Lo stesso Jung [1927] sosteneva che gli individui utilizzano spesso routine e pattern di comportamento, la cui attivazione non è accessibile alla coscienza, esperendo quel comportamento come una scelta consapevole mediante la “razionalizzazione”, fenomeno presente in modo simile anche nei pazienti commissurotomizzati o con sindrome di Korsakoff [Gazzaniga 1985]. D’altro canto McLelland et al. [1989] attraverso l’applicazione di misure esplicite ed implicite (mediante tecniche prioiettive come il TAT) hanno messo in evidenza che esistono due livelli motivazionali. Il primo è implicito e legato a meccanismi di innesco e regolazione innati ed inoltre, dipende da incentivi legati all’attività che si svolge in sé e per sé. Viceversa il secondo ha la funzione di specificare in obiettivi concreti le motivazioni generali implicite precedentemente citate; in questo senso il livello motivazionale esplicito è legato ad incentivi sociali determinati da situazioni culturalmente strutturate.
Come mostra l’esperimento di Lewicki e Hill [1987], per apprendere non consapevolmente l’associazione tra una caratteristica fisica come la forma di un viso e l’attributo sociale potrebbe bastare una singola esposizione, e giungere alla generalizzazione ad altri visi similmente strutturati rivelando una scorretta spiegazione delle cause di giudizio. Attraverso il modello MODE (Motivation and Opportunity as DEterminants of the attitude-to-behavior process) di Fazio [1990; Fazio et al. 1999] si è cercato di spiegare in un ‘doppio processo’ il modo in cui gli atteggiamenti influiscono su giudizi e comportamenti. Il modello considera processi ‘spontanei’ che agiscono riattivando atteggiamenti passati congruenti alla situazione attuale, e processi ‘intenzionali’ di analisi costi-benefici dell’utilità del comportamento; è possibile anche un processo ‘misto’ includente entrambe le componenti, che considera insieme la motivazione allo sforzo cognitivo e la possibilità di compierlo. Alcune credenze o atteggiamenti, attribuiti ad una singola classe di persone manifestanti apertamente pregiudizi e stereotipi, in realtà vivono nei comportamenti, nelle credenze, nelle preferenze di tutti noi. Mediante lo studio di stereotipi e pregiudizi si può osservare come l’automaticità della percezione sociale abbia conseguenze in un dominio che coinvolge relazioni interpersonali e relazioni tra gruppi.


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