Il perdono e la sua relazione con la rabbia, la depressione e la qualità di vita

Pagnanini, R., Gialluca, E., Piccinini, L.,  Sabastiani, V., Barcaccia B.

Dispositional forgiveness, depression, anxiety, anger and quality of life in an Italian sample“.

Poster Session, 7th International Congress of Cognitive Psychotherapy (2011). Istanbul, Turkey

 

Il nostro studio ha indagato la relazione tra la disposizione al perdono (TFS), intesa come tratto di personalità, e la sua relazione con la depressione (BDI), la rabbia (STAXI), l’ansia (STAI-Y) e la qualità della vita (SF-36) in un campione di soggetti del centro Italia.

Risultati preliminari ottenuti su un campione di 191 soggetti dai 20 ai 73 anni hanno dimostrato che la disposizione al perdono è significativamente maggiore nell’età compresa tra i 50 e i 65 anni rispetto alla fascia d’età compresa tra i 20 e i 29 anni. Lo stesso si può dire rispetto alla depressione: la fascia d’età compresa tra i 50 e i 65 anni dimostra livelli significativamente più bassi di depressione rispetto alla fascia d’età compresa tra i 20 e i 29 anni.

Inoltre, considerando il campione totale, sono emerse delle relazioni significative tra il perdono e la rabbia esternalizzante, ed il perdono e la qualità di vita, in particolare rispetto alle attività sociali.

Sembrerebbe infatti che maggiore è la disposizione al perdono e minore siano i comportamenti di rabbia (e viceversa), e maggiore sia la qualità della vita intesa nelle attività sociali come ad es. famiglia, amici, vicini di casa, gruppi di cui l’individuo fa parte (e viceversa).

Lo studio sta proseguendo nella direzione di un campione italiano più ampio.

 

Bibliografia

Berry J.W., Worthington E.L. Jr, O’Connor L.E., Parrot L. & Wade N.G. (2005). Forgiveness, vengeful rumination, and affective traits. Journal of Personality, 73(1), 183-225.

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Avrei dovuto perdonarlo? LA TERAPIA DEL PERDONO

dicembre 17, 2010 by · Leave a Comment
Filed under: Psicopatologia 

Il perdono può anche non avere una connotazione religiosa.
Il perdono in psicologia:

  1. Non è riconciliazione: chi ha subito un torto (offeso) può sviluppare pensieri di compassione e sentimenti benevoli, perchè non occorre la riconciliazione. In altre parole il perdono a differenza della riconciliazione è un processo unilaterale;
  2. Non è dimenticare: si può ricordare l’offesa senza esserne sopraffatto, senza lasciarsi andare in ruminazioni, riconoscendo il dolore, la sofferenza e darsi la possibilità di dare senso a qualcosa di positivo.
  3. Non dipende dalla volontà dell’offensore di pentirsi: egli può continuare ad offendere, non riconoscere l’offesa o negarla deliberatamente.
  4. E’ un processo di cambiamento: l’offeso diventa meno negativamente o più positivamente disposto verso chi gli ha fatto del male. Tali cambiamenti emotivi, cognitivi e comportamentali inducono un atteggiamento meno vendicativo, evitante e più benevolo verso l’offensore.
  5. E’ sempre possibile.

La terapia del perdono corrisponde all’elaborazione di un’esperienza nella quale siamo stati feriti ed ha l’obiettivo finale di perdonare l’aggressore e perciò di migliorare il benessere dell’offeso. Ciò avviene attraverso l’espressione della rabbia, la rappresentazione empatica dell’offeso, il prendere in considerazione la possibilità di perdonare, e l’approfondimento dei sentimenti del perdonare.

Ma allora cos’è il perdono?
Secondo Enright e Worthington il perdono implica:

  • Il ricordo di episodi in cui avremmo avuto bisogno di essere perdonati per un offesa e non abbiamo ricevuto perdono.
  • Il riconoscimento della propria fallibilità.
  • La necessità di assumere una prospettiva “umile”.

Riferimenti bibliografici
Enright, R. & Coyle, C. (1998). Researching the process model of forgiveness with psychological interventions. In E. Worthington (Ed.) Dimensions of forgiveness: Psychological research and theological perspectives (pp. 139-161). Philadelphia, PA: Templeton Foundation Press.

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